VivaMalta - The Free Speech Forum - ERETICHAMENTE

Welcome, Guest. Please login or register.
January 17, 2018, 06:18:32 AM

Home Help Search Login Register
+  VivaMalta - The Free Speech Forum
|-+  Politics
| |-+  Political Theory
| | |-+  ERETICHAMENTE
0 Members and 1 Guest are viewing this topic. « previous next »
Pages: 1 ... 3 4 [5] Go Down Print
Author Topic: ERETICHAMENTE  (Read 3784 times)
IMPERIUM
Norman Lowell
Global Moderator
Senior Member
*****
Offline Offline

Posts: 15500


« Reply #40 on: January 03, 2018, 06:43:53 PM »

http://www.ereticamente.net/2018/01/sul-gruppo-di-ur-e-la-tradizione-di-roma-prima-parte-luca-valentini.html


Sul Gruppo di Ur e la Tradizione di Roma –
prima parte – Luca Valentini


“Ognuno deve partecipare alla catena come una individualità,
come una forza distinta”
(Istruzione di catena, Introduzione alla Magia, vol. II, Edizioni Mediterranee, Roma 1987, p. 38)

Quando si ebbe l’idea e sorse la concreta intenzione con gli amici dell’associazione culturale di Napoli Il Cervo Bianco di dedicare gli studi del III Simposio internazionale di studi ermetici al 90° anniversario del Gruppo di Ur, fu già messo in contatto che prima e dopo tale manifestazione (che ha visto la gioiosa partecipazione di 200 persone provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa) si sarebbe scatenata la gara all’appropriazione indebita, intellettualmente intesa, tra le varie sette neoevangeliche del neospiritualismo italiano. Quando scientemente si pone in essere un’operazione di riscoperta dottrinaria, operativa e documentale di uno dei più famosi sodalizi esoterici italiani del ‘900, evidenziando la caratura prismatica, cioè compartecipativa di più filoni diversificati dell’esoterismo italiano, ed a-religiosa di tale esperienza, è quasi fisiologico che i dogmatici del sottobosco di natura cristianeggiante o neopagano abbiano un fastidioso travaso di bile, perché ogni falsa legittimazione viene a sciogliersi come neve al sole e perché emerge inevitabilmente la natura devozionale e mistica di un novello approccio al Sacro, che molto sa di moderno e poco di arcaico.

In questo nostro scritto che si comporrà di due parti, infatti, ci occuperemo prima del rapporto reale che Ur ebbe con la Tradizione di Roma e successivamente delle esperienze associative del dopoguerra che ebbero, vollero o provarono a perseguire un medesimo indirizzo realizzativo, e non per uno sterile spirito polemico, ma per riconsegnare l’autorità in tali materie agli unici riferimenti che ne possono essere autentici depositari ovvero le fonti, gli scritti, le testimonianze dirette, tralasciando le panzane di taluni che ogni tanto, urbi et orbi, online su facebook, si autoproclamano detentori della vera sapienza iniziatica o della vera tradizione romana. Nel merito, se è vero che nell’ambito delle monografie e della catena operativa di Ur riemerse uno specifico connotato pagano e bene intendersi sui termini e sui significati che i protagonisti assegnarono agli stessi termini. Il direttore della rivista, Julius Evola, nella sua autobiografia spirituale fu al quanto circostanziato nel sintetizzare il senso di tale sodalizio:

“Tornando dunque al periodo in cui fu scritta l’edizione di Imperialismo pagano, questo libro uscì quando si era già costituito (al principio del 1927) il Gruppo di Ur (la parola Ur era tratta dalla radice arcaica del termine <<fuoco>>, ma vi era anche una sfumatura additiva, pel senso di <<primordiale>>, <<originario>>, che essa ha come prefisso in tedesco). Ciò che riporta al dominio dell’esoterismo. Già il Reghini, quale direttore della rivista Atanor e poi Ignis (due pubblicazioni che ebbero brevissima vita), si era proposto di trattare le discipline esoteriche e iniziatiche con serietà e rigore, con riferimenti a fonti autentiche e con uno spirito critico. Il Gruppo di Ur riprese la stessa esigenza, però accentuando maggiormente il lato pratico e sperimentale” (J. Evola, Il Cammino del Cinabro, Edizioni Mediterranee, Roma 2014, p. 157).

Dal nostro punto di vista già questo breve passo evoliano basterebbe a chiarire moli voluti malintesi su Ur, che si proponeva essere una realtà esoterica e non religiosa, che aveva nel proprio appellativo la volontà di riferirsi alla Tradizione nella sua dimensione trascendente ed originaria, senza un riferimento specifico ad una delle tante formulazioni storiche della stessa: in merito non si comprende, altrimenti, perché non si sia voluto dare come appellativo quello di “Gruppo di Cristo”, “Gruppo di Marte” oppure “Gruppo di Buddha”. Lo stesso Evola fu al quanto chiaro in merito:

“Comprendiamo dunque perché Guénon dica che non si possa essere antireligiosi senza essere antitradizionali, ma non possiamo certamente seguirlo. Affermiamo invece il contrario, ossia che quanto prima gli occidentali si sbarazzeranno della «religiosità», tanto meglio sarà per essi, e tanto più prossima, forse, sarà una soluzione di salvezza sulla loro linea. Dinanzi alla «tradizione», arbitrariamente identificata ad un legame di carattere religioso, gli occidentali dovranno ben tenere ad essere «senza tradizione»; ma appunto in questo esser «senza tradizione» ne costituiranno una — improntata dal carattere libero, guerriero, nordico-mediterraneo una volta che il necessario contatto con ciò che nell’uomo va di là dall’uomo sia avvenuto” (EA, Sul “Sapienziale” e l’“Eroico” e sulla Tradizione Occidentale, n. 11-12 ANNO II di UR, novembre-dicembre 1928, ora ristampato da Arcana di Edit@ in Julius Evola, La Tradizione Occidentale…).

Dinanzi alle accuse di individualismo e magismo spurio di qualche pontefice marginalizzato, è possibile constatare come ci sono i testi a rispondere, ci sono le famose Istruzioni di Catena dello stesso Gruppo di Ur che si rendono chiarificatici, che denotano come la pratica, oltre la dottrina, fosse volta ad un risveglio individuale del singolo operatore (la nostra citazione d’incipit) tramite una maieutica tanto rituale tanto ascetico – meditativa, comune alle scuole che in Ur fornirono il proprio contributo: si pensi, per esempio, alla pratica del Sole di Mezzanotte che assumeva una valenza primaria sia nella scuola pitagorica (si rammenti il famoso esperimento di Reghini ed Armentano seduti al caffè), sia in quella antroposofica che in quella ermetica.

Ma, allora, cosa si volle intendere per Paganità? Il recupero da fonti frammentarie, incomplete (di ciò fu già testimone Varrone nel suo De Lingua Latina) di una religiosità popolare e privata? Nulla di tutto ciò albergava nella mente di Reghini, di Parise, dello stesso Evola. La prima risposta ci giunge dal Maestro di Arturo Reghini, cioè da Amedeo Rocco Armentano, quel Reghini che un giorno viene osannato come epigono della Roma pagana ed il giorno seguente osteggiato per aver ravvisato nella stessa una chiara matrice magico – pitagorica, di natura sapienziale:

“Imperialismo Pagano non significa un ritorno al Paganesimo, ma alla Romanità, cioè a quell’idea dell’Unità che nacque in Roma ma che è Universale ed Eterna…un movimento riallacciantesi sul serio all’antica sapienza pitagorica, occidentale e, più che mediterranea, tirrenica” (AR Armentano, in Le interviste ad Ara, Così tacque Pitagora, in Massime di Scienza Iniziatica, Ass. Culturale Ignis, Ancona 2004, p. 331).

Anche nelle parole di ARA ritorna il principio dell’universalità e della sapienzialità a-religiosa che veniva conferito alle loro esperienze iniziatiche, che per essere tali, appunto, non potevano presentare alcun connotato di misticismo. Oltre ad ARA, poi, la dimensione mediterranea riferita all’Imperialismo Pagano non presentava quei connotati religiosi e dogmatici tipici del neopaganesimo contemporaneo, se sempre lo stesso Reghini scriveva riferendosi a Cagliostro e Mosè:

“…nella tradizione esoterica mediterranea (ebraica, cristiana, pagana ed ermetica) in relazione alla grande opera della rigenerazione iniziatica” (A. Reghini, Sulla quaresima iniziatica, Ignis, nr. 11-12 Novembre-Dicembre 1925).

In verità, il connotato misticheggiante non era caratteristica neanche della Roma Arcaica, se il più importante antropologo italiano nei suoi studi sulla classicità, ha potuto magistralmente notare come la cosmopoiesi prospettata della Civitas Romana come istituzione sacralmente e giuridicamente fondatrice di una visione nuova della vita, realizzasse un nuovo Patto con gli Dèi, potendo i Romani essere considerati “facitori” del Sacro, coloro che noeticamente poterono alchimicamente “costruirli”i Numi, in quanto espressione dell’anima del Popolo e la Patria non  essendo espressione di Divinità teisticamente distaccate nel trascendente:

“Una specifica divinità nasce per la comunità che la onora…in coincidenza con la cerimonia pubblica che ne consacra il tempio e ne sancisce l’ingresso nella Città” (Maurizio Bettini, Déi e uomini nella Citta, Carocci Editore, Roma 2015, p. 21).

Si conosceva la Vis, in ambito di quella che era la “interpretatio deorum”, come metodo congetturale di trasposizione cultuale tra religiosità differenti, quale entità unica per il riconoscimento del Numenico. Essa era, è la natura interna del Dio, la conoscenza di esso, che non si configura tramite comparazioni formalistiche o cerimonialistiche, ma tramite la sperimentazione del proprio potere, l’identificazione con esso. Il rigorismo romano, cioè la pretesa secondo la quale ci fosse una norma immodificabile nei secoli, non solo è stato rigettato da un esimio studioso come John Scheid che ha scritto di “religioni romane” (Rito e religione dei Romani, Sestante Edizioni, Bergamo 2009), ma ha condotto a deliranti deduzioni secondo le quale neanche la riforma augustea, Virgilio o Macrobio potrebbero essere annoverati nel prisco purismo romano.

Sorge, a tal punto, un quadro al quanto in contrasto con certe ricostruzioni maldestre che pretendono che Ur fosse stata una manifestazione di un risorgente paganesimo di natura fideistica (si osservi, in merito, quanto fu stucchevole una certa polemica sulla celebre affermazione plutarchea sulla morte di Pan, che un ottundimento palese non può sospettare essere non la dichiarata morte del Divino, che è metafisicamente impossibile, ma la profonda difficoltà dell’uomo moderno di percepirlo come nei primordi), semplicemente perché il piano di riferimento, essendo essenzialmente di natura magica, ha paradigmi differenti rispetto alle litigiosità religiose, di cui il Sapiente magistralmente non si cura. Sempre in riferimento a Reghini ed alla Schola Italica spesso chiamati in causa a sproposito, si dovrebbe spiegare come mai il simbolo della stessa paganissima compagine sia stato San Giorgio, santo cristiano prefigurazione allegorica del Marte Romano, come mai in tutti i testi del Pitagorico fiorentino vi sia un continuo riferimento all’alchimia, alla cabala, come mai in un saggio di Giulio Parise (Luce, Le parole di Potenza e i caratteri degli enti, Ur 1927) , discepolo diretto del Reghini si presenti un’attenta descrizione della palingenesi in chiave cabalistica, o come nel rituale riportato dallo stesso Parise (Luce, Istruzioni di Magia Cerimoniale, Ur 1927) si operi l’invocazione dell’Arcangelo Solare usando il riferimento di Pietro d’Abano, lo stesso dei novizi myriamici nella pratica primaverile del rito d’Ariete, ma soprattutto in cui viene evocato il terribile spirito del deserto Adonay, spauracchio dei farisei pagani. E’ necessaria, a tal punto, una chiarificazione: o Reghini e Parise erano anch’essi posseduti da tale demone sublunare oppure il riferimento magico (le monografie di Ur si intitolano non casualmente Introduzione alla Magia e non come fanno intendere taluni Introduzione alla Religione oppure Introduzione al Paganesimo) declinava una portata originaria, primordiale, come ci ricordava all’inizio Evola, tale da trascendere ogni riferimento etnico – religioso, ma centrandosi appunto sull’Io, sul suo risveglio interiore e non su culti e preghiere. Qui si palesa un latente bipolarismo psicologico o una semplice malafede interpretativa. Oppure vi è stato un altro Arturo Reghini, di cui non abbiamo notizie, non essendo la stessa personalità che, non solo all’inizio degli anni ’40 aderì al kremmerziano Circolo Virgiliano di Roma, ma fu iniziato nel 1902 a Palermo al rito egizio di Memphis, ma soprattutto fu VI grado onorario dell’Ordo Templi Orientis di Aleister Crowley (R.A. Gilbert, Baphomet and Son: A Little Known Chapter in the life of 666, Holmes Pub Group 1997, p. 6; l’OTO figura anche tra le filiazioni affratellate del Rito Filosofico Italiano di Frosini, a cui furono iniziati sia Reghini che Armentano, come si evince dagli Annuali dello stesso RFI, vol. 1, Aprile 1913 ), oltre che tra i fondatori della Lega Teosofica Indipendente d’Italia.

D’altronde quando in Ur si accenna alla Paganità ci si riferisce al caldeo – egizio Giamblico, al neoplatonico Plotino (Massime di Saggezza Pagana, Krur 1929), ci si riferisce ad una Romanità Arcana (i saggi di Reghini sulla Tradizione Occidentale in Ur 1928, di Evola sul Sacro nella Tradizione romana in Krur 1929, del kremmerziano Abraxa sulla Magia della Vittoria in Krur 1929), in cui non vi sono Divinità da onorare o supplicare, ma ci sono forze interne da riconoscere e sperimentare:

“Si può dunque parlare con diritto di una concezione attiva-intensiva del sacro, specificatamente romana…noi sappiamo anche che questi modi di una esperienza mediata e mitologizzata sono inferiori rispetto ad una esperienza diretta e assoluta, cioè senza forme e senza immagini…muta, essenziale” (Ea, Sul <<sacro>> nella Tradizione Romana, Krur 1929);

“Sul piano della magia conoscerai un mondo ritornato allo stato libero, intensivo ed essenziale, in uno stato, in cui la natura non è natura, né, lo spirito, <<spirito>>, in cui non esistono né cose, né uomini, né ipostasi di <<dèi>> – ma poteri” (EA, Sulla visone magica della vita, Ur 1927).

Come predetto, le fonti e i documenti sono cristallini e non concedono spazio alle fantasiose ricostruzioni del neopaganesimo contemporaneo, adesso che anche il famoso affare Ekatlos (La scena e le quinte, Krur 1929) , dopo le ricerche di studiosi di vario orientamento, è stato ricondotto nell’ambito che le testimonianze dirette hanno qualificato, cioè l’ambiente ermetico della Roma dei primi anni del ‘900 e non casualmente un acuto studioso ha annotato:

“…si sarebbero manifestate all’ interno della Fratellanza Terapeutica di Myriam, fondata da Giuliano Kremmerz (cioè Ciro Formisano) – che la definì talvolta come Schola Italica – determinate influenze derivanti dall’ antica tradizione romano – italica” (Renato Del Ponte, Il movimento tradizionalista romano nel Novecento, SeaR Edizioni, Scandiano 1987, p. 26).

Non è, infatti, casuale che un altro acuto studioso del tradizionalismo romano, quale è Sandro Consolato, nell’articolo “La Grande Guerra degli Esoteristi”, apparso sul settimanale Tempi, nello scorso Ottobre, abbia ricordato, oltre l’affare Ekatlos, come nell’ambito del mondo myriamico ci fosse “il rito del Pretium, forse di origine romana, comunque antichissimo ed assai complesso”, affidato da Kremmerz ai suoi sodali che partivano per il fronte, celato ora negli archivi della Fratellanza, appellando, inoltre, Reghini ed Armentano quali “nostri Magi”.

In questa prima parte, un ultimo chiarimento va posto in essere inerente la catena operativa di Ur. Sulla questione vari orientamenti si presentano, ma principalmente due visuali si contrappongono: l’interpretazione che ritiene la catena di Ur formata, come la rivista, dall’apporto di esoteristi di provenienza diversificata (pitagorici, kremmerziani, antroposofi, …) e la decifrazione che ritiene che essenzialmente la catena di Ur fosse stata coincidente con la catena pitagorica facente riferimento alla Schola Pitagorica. Noi non entreremo nel merito della questione sia perché non è questo l’ambito in cui si possa argomentare sufficientemente in merito sia perché la documentazione di accompagnamento che verrà prodotta nella pubblicazione degli atti del convengo di Napoli del 14 Ottobre 2017 su Ur reputiamo possa contribuire ad un notevole sviluppo della ricerca. Nel merito del nostro discorso, però, essendo la seconda interpretazione spesso usata ad usum delphini da chi vagheggia di una religiosità romana e pagana rediviva, è importante chiarire che quanto è conosciuto e posseduto in ambienti ermetici circa la ritualità attestata ed attribuita alla Schola Italica, di dottrinalmente confermato della stessa ci riconduce ad una prospettiva pitagorica, come preannunciato, ma soprattutto magico – rinascimentale. Nei testi di Giulio Guerrieri – esponente di massimo rilievo di tale filiazione -, della figlia Viviana, negli scritti di vari esponenti pitagorici riemerge la famosa palestra spirituale con pochissimi riti (anche con l’uso di salmi davidici) di reghiniana memoria, riemerge la pratica dell’estasi filosofale dello pseudo – Campanella (probabilmente Bruno), del quale a Torre Talao si conservavano raffigurazioni alle pareti, riemerge la passione per il cabalista Cornelio Agrippa a cui Reghini dedicò una splendida introduzione al De Occulta Philosophia, per l’alchimista Sendivogius, riemerge tra i componenti della catena pitagorica e di Ur un certo Procacci, definito “cabalista” ed “ebraista” (tutte le informazioni riportate si possono ritrovare in Roberto Sestito, Il figlio del Sole, vita e opere di Arturo Reghini, Associazione culturale Ignis, Ancona). Infine, quando si ricollega la filiazione italica – come fa anche Roberto Sestito in un modo però prudentemente saggio – ai cosiddetti Fratres Lucis, facendo intendere l’esistenza di chissà quale continuità romanissima e paganissima, ci si guarda bene dallo specificare la derivazione degli stessi Fratres Lucis, cioè inerente un latomismo anglosassone prettamente rosacrociano, cioè un po’ proto-cristiano come lo Steiner, su cui si argomenta spesso a sproposito.

Dopo tutto ciò ci si domanda, insieme ai tanti lettori di EreticaMente, dove emerge la tradizione avita di religiosa e mistica memoria? Forse semplicemente nella fantasia tolkieniana di chi abbisogna di una giustificazione, di una consacrazione che non vi è e non esiste e che andrebbe ricercata dall’Alto o nella pratica interiore e non rubacchiando a casa d’altri. Ur, pertanto, torni ad essere il riferimento della Scienza dell’Io, della trasmutazione animica, in senso interiormente ed ermeticamente romano, concependo tale aggettivo come una qualità dello spirito, come ha magistralmente esplicitato l’amico Giandomenico Casalino nei suoi saggi sul Nome Segreto di Roma e sul rapporto tra Tradizione Ermetica e Tradizione Romana (leggere anche gli scritti di Pio Filippani Ronconi in merito) e non come un formalismo neopaganeggiante di sfondo pretistico. Chi oggigiorno persegue una via sacrale alla Romanità ha tutta la libertà e la dignità di perseguirla, come fatto con scrupolo e profondità dagli amici fraterni dell’Ass. Tradizionale Pietas e dell’Ass. culturale Fons Perennis, che ai Sacra Privata, al Calendario, al “colere Deos” assegnano la doverosa dimensione introspettiva, coniugando la Tradizione Una quale espressione dello Spirito originario e primordiale. D’altronde, che l’Aeternitas Romae non potesse essere confinata in un passatismo esteta delle ceneri e non della sua perennità spirituale, avendo come unica opportunità di valorizzazione la dimensione magico – teurgica (senza, qui, entrare nel merito di ciò che tecnicamente accomuna ma anche differenzia questi due aggettivi), è ciò che un brillante Mario Basile ha espresso ultimamente sul sito Saturnia Tellus, in cui archeologia e filologia  siano intese come scienze necessarie (e quindi affidate agli specialisti delle materie e non ad avventurosi interpreti) ma non sufficienti alla comprensione dell’essenza viva ed intima della Romanità, che è fondamento magico – giuridico. Pertanto, la nostra devesi intendere non come un’accusa alla Romanità ma una strenua difesa della stessa, dal materialismo, dall’ateismo formalista, dalle sette marginali e sparute del neospiritualismo in cui il livore personale, l’invidia, l’isterismo anti – iniziatico manifestano l’infondatezza di una presunta  e senatoria gravitas romana, acquisita purtroppo solo sulle bacheche di facebook. Rispetto a tutto ciò, Ur segna una direzione semplicemente diversa:

“Sta bene attento e guarda in giro che non abbia a sentirci uno dei non iniziati. Questi sono coloro che credono che non ci sia niente altro se non quello che possono saldamente afferrare con le mani: ma azioni, generazioni, e tutto quello che è invisibile, non lo accettano come parte dell’Essere…“

(Platone, Teeteto, 155e)

(continua…)

Luca Valentini


----------------


Roma: cosi profonda, eterna, antichissima e originatrice della Tradizione.
Roma pagana – pitagorica, di natura sapienziale.
Roma: Universale ed Eterna

Roma archaica, sacrale, fondatrice di una visione nuova della vita.
Sacralita intensa, diretta, fulgurante, senza forme e senza immagini…muta, essenziale - al di sopra di ogni spiegazione logica.
AVE!



00601
The Golden Dawn
Imperium
« Last Edit: January 04, 2018, 05:51:18 PM by IMPERIUM » Report to moderator   Logged
Boycott The Times and The Sunday Times.
Do not post there, do not buy a copy of either, do not advertise.
Hurt Them in the only way they understand.

BOYCOTT THE TIMES
 Imperium 1107

IMPERIUM
Norman Lowell
Global Moderator
Senior Member
*****
Offline Offline

Posts: 15500


« Reply #41 on: January 04, 2018, 08:20:17 PM »

http://www.ereticamente.net/2017/12/der-aufgang-der-menschheit-di-herman-wirth-traduzione-in-corso-michele-ruzzai.html


“Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: traduzione in corso… – Michele Ruzzai

Per comporre il grande affresco delle vicende preistoriche descritte soprattutto nella seconda parte di “Rivolta contro il mondo moderno”, Julius Evola scriveva che aveva dovuto “unire, in una sintesi articolata, gli apporti del Guénon, del Wirth e del Bachofen” (nota 1). Sappiamo che di René Guénon e di Johann Jakob Bachofen sono già state tradotte in italiano le opere principali, non così invece è avvenuto per Herman Wirth, la cui presenza nella nostra lingua è limitata ad opere di minor peso (nota 2), o, per quello che è senz’altro il suo lavoro principale – “Der Aufgang del Menschheit” (L’aurora dell’umanità) – solo a piccoli stralci parziali (nota 3).  E’ per questo motivo che ritengo utile segnalare l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume di Herman Wirth: un progetto che invito tutti coloro che sono interessati a sostenete, contattando il gruppo (che è pubblico) o anche, in assenza di un’utenza Facebook, scrivendo alla casella mail: michele.ruzzai@libero.it.

Ma chi era Herman Wirth e, soprattutto, come va considerata la sua opera?
Herman Felix Wirth Roeper Bosch nacque in Olanda, a Utrecht, il 6 maggio 1885 e compì studi di filologia germanica, storia e musicologia presso le università di Utrecht e di Leipzig (nota 4). Ben presto naturalizzato tedesco, nel 1935 fu cofondatore della Ahnenerbe – “Società di ricerca dell’eredità ancestrale” – (nota 5), uscendone però già nel 1938 per dissidi con i vertici nazionalsocialisti e quindi passando in secondo piano nel dibattito culturale del tempo. Tuttavia visse anche nel dopoguerra una condizione abbastanza marginale (nel 1945 gli americani sequestrarono la sua biblioteca e la sua immensa documentazione); pubblicò alcune opere negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e comunque riuscì ad organizzare una vastissima esposizione di reperti, nel biennio 1974-1976 a Fromhausen dei Detmold nell’ambito del “Museo preistorico europeo”, prima di morire il 16 febbraio 1981 a Kusel/Pfalz in Germania (nota 6). Ma la sua opera principale fu, appunto, “Der Aufgang der Menschheit” del 1928, nella quale Wirth disegna un vastissimo panorama della preistoria mondiale andando a cercare soprattutto nel profondo Nord (o, meglio, tra Artico e Nord Atlantico: è un dettaglio importante sul quale faremo qualche riflessione) la chiave di molta parte degli eventi che modellarono il quadro etnico del pianeta.

E’ comunque di tutta evidenza come lo sguardo boreale di Wirth riecheggi i miti classici delle leggendarie terre di Thule ed Iperborea. Ed è anche chiara una certa vicinanza con la visuale di Renè Guénon il quale, come noto, basò l’intera sua opera sul concetto di “Tradizione Primordiale”: quella traccia, al tempo stesso, conoscitiva ed ontologica di superiori stati dell’Essere, che sul nostro piano cosmico fu indissolubilmente legata alla stessa genesi umana, verificatasi in una posizione letteralmente polare in termini non solo spirituali ma anche geografici (nota 7). Per il francese, tale evento corrispose all’inizio del ciclo di questa umanità – il Manvantara, secondo la Tradizione indù – che pone circa 64.000 anni fa e dal quale parte con una serie di considerazioni seguendo uno schema non evolutivo-ascendente (fondamentalmente darwiniano) ma involutivo-discendente (i 4 Yuga indù, o le 5 Età di Esiodo): linee che poi altri due francesi, Gaston Georgel (nota 8) e Jean Phaure (nota 9) si incaricheranno di elaborare ulteriormente, provando a ricostruire con maggior dettaglio le vicende storico-tradizionali umane dai primordi ai tempi odierni. In “Ricognizioni” (nota 10), Evola arriva addirittura ad attribuire a Herman Wirth la stessa impostazione di Guenon, evidenziando il tema comune di una Tradizione iperborea posta all’inizio del presente ciclo, ma, ciò facendo, minimizzando le perplessità del metafisico francese che invece aveva rimarcato (nota 11) come il mondo atlantico, pur nella sua sezione più settentrionale (oggetto, appunto, delle specifiche analisi wirthiane) andasse nettamente distinto da una ancor precedente fase: questa sì schiettamente iperborea, artica e polare. Un distinguo opportunamente ricordato anche da Nuccio D’Anna che, sottolineando la denominazione di “nordico-atlantici” privilegiata da Wirth per le popolazioni boreali (assieme, come vedremo, a quella di “Prenordici”),“impediva visibilmente di distinguere le due fasi successive e non omologabili di questa antichissima e primordiale civiltà” (nota 12). Ecco dunque un primo punto che è importante tenere presente.

Se allarghiamo le nostre analisi agli aspetti di carattere geologico ed astronomico, pare emergere un’altra possibile area di frizione tra Guénon e Wirth. Negli scarni brani di “Aufgang…” tradotti in italiano, ed in particolare nella parte iniziale del secondo capitolo “Die urheimat der nordischen rasse” (nota 13) sembra di capire che l’autore tedesco-olandese ipotizzi la sede originaria della razza nordica in settori che solo ora si trovano ad elevata latitudine ma che al tempo non lo erano affatto: da cui, appunto, la possibilità che in periodi antichi queste zone potessero aver rappresentato un habitat ideale per lo stanziamento umano. L’attuale posizione geografica di queste terre sarebbe poi stata modificata da uno spostamento polare, fenomeno che almeno negli effetti finali appare simile, anche se di genesi non identica, a quello della scorrimento della crosta terrestre ipotizzato da Charles Hapgood (nota 14): cioè in pratica una “dislocazione” di aree geografiche a latitudini diverse rispetto a quelle occupate precedentemente. Questa, però, costituirebbe una prospettiva alquanto diversa rispetto a quella riportata da Julius Evola (nota 15), René Guenon (nota 16) ed altri autori (note 17, 18, 19, 20), i quali, per i tempi primordiali, menzionano la simultanea presenza di due elementi antropo-cosmici ben precisi: la perpendicolarità dell’asse terrestre rispetto all’eclittica (da cui l’assenza di ritmicità stagionale (nota 21) ed il mito ovidiano dell’ “eterna primavera” (nota 22)) e l’assialità, spirituale ma anche geografica (questa, come immagine cosmologica di quella) dell’Uomo primordiale. Se però altri autori (nota 23) ricordano invece come anche Wirth ammettesse anticamente l’esistenza di un terra artica abitata nella quale il tempo era sempre uguale a se stesso, prima ancora dell’avvento stagioni, ci troviamo davanti a un’ulteriore conferma di quanto sia opportuno poter esaminare nella sua completezza, ed ora finalmente in lingua italiana, il testo di Wirth per comprendere bene la sua posizione su questo punto essenziale.

Un ulteriore dubbio aperto sull’opera wirthiana può presentarsi nell’interrogativo, che presenta un aspetto doppio ma strettamente interconnesso, sul soggetto primo delle sue analisi e sulla tempistica di stanziamento umano alle alte latitudini. In merito al primo interrogativo, già in qualche modo anticipato nelle righe sopra, Aleksandr Dughin in un suo importante scritto (nota 24) – che ci offrirà da qui in avanti molti ottimi spunti per una serie di analisi – sottolinea l’interessante tema della scala veramente mondiale delle influenze esercitate dalla civiltà nordica tratteggiata da Wirth sulle varie correnti spirituali e sui simbolismi più profondi del pianeta: influenze che quindi sembrano travalicare i più ristretti confini della famiglia etno-linguistica indoeuropea. Ed in questa stessa direzione paiono infatti muoversi le note dell’intellettuale russo quando segnala che i discendenti di questi antichi “Iperborei” (fatti salvi i summenzionati distinguo tra le varie denominazioni, e controverse sovrapposizioni, delle stirpi nordiche) si riscontrerebbero ancora oggi fra tutti i popoli della Terra a prescindere dalla pigmentazione cutanea; in tale contesto non pare dunque del tutto fuori luogo l’accenno di Dughin al fatto che Wirth avrebbe, in qualche modo, anticipato la “teoria del Nostratico” di Illich-Svitych e Dolgopolskij (ma potremmo ricordare anche gli studi precedenti del danese Holger Pedersen), in base alla quale le genti europee, asiatiche ed anche africane, agli albori umani avrebbero parlato uno stesso idioma, poi spezzatosi in diverse famiglie linguistiche. A questo proposito – piccolo inciso – ricorderei che l’idea del macro-gruppo nostratico fu successivamente sottoposta ad una serie di revisioni soprattutto ad opera di Joseph Greenberg (nota 25), in quanto si rilevò una maggiore vicinanza morfologica dell’Indoeuropeo alle famiglie ciukcio-camciadali ed eschimo-aleutina rispetto a quelle camito-semitica ed elamo-dravidica, con la conseguente ridefinizione dell’aggregato linguistico di partenza e la sostituzione delle ultime due famiglie con le prime due: il nuovo raggruppamento venne così definito “Eurasiatico”, dalla connotazione nettamente più nordica e linguisticamente più convincente, anche a parere del nostraticista russo Sergei Anatolievič Starostin (nota 26). A mio avviso, è pure interessante rilevare come lo stesso Dolgopolskij invece del termine “Nostratico”, con il tempo preferì utilizzare quello di “Boreale” (nota 27). In un altro scritto (nota 28), Dughin inoltre ricorda il mito presente tra alcune popolazioni Inuit di antichissimi “Esquimesi Bianchi”, o “Uomini del Sole”, chiamati anche “Gente di Tanara”, che secondo Herman Wirth avrebbero costituito un ramo delle popolazioni iperboree diverso da quello stanziato nel quadrante nordatlantico (e probabilmente connesso alla più tarda famiglia indoaria) ma penetrato in Eurasia da Nord-est, ceppo al quale sarebbero riconducibili popolazioni come ad esempio quellesumeriche, legate al mondo siberiano-orientale e turanico (nota 29): dunque, significativamente, collegate al mondo nordico non attraverso il medium del ceppo protoindoeuropeo. In merito ai Sumeri, è altresì interessante rilevare come una connessione al mondo asiatico orientale o nordorientale sia stata ipotizzata anche da studiosi dalla formazione alquanto diversa da quella di Herman Wirth, ovvero il tradizionalista A.K. Coomaraswamy (nota 30) o il genetista Cavalli Sforza, che li inquadra come uno dei testimoni di quella espansione avvenuta tra 30.000 ed 50.000 anni fa dall’oriente eurasiatico verso l’interno continentale (nota 31): dinamica che sembrerebbe coerente con le summenzionate note wirthiane sulle direttrici migratorie della “Gente di Tanara” (ed, aggiungerei, anche compatibile con il quadro “Out of Beringia” – nota 32). In ogni caso è sempre Cavalli Sforza a ricordare (nota 33) come, anche in termini prettamente glottologici, Ivanov considerò il Sumero derivante da un’unica macrofamiglia linguistica (forse nemmeno quella Nostratica, ma piuttosto l’ancor più remota “Sinodenecaucasica”) che 40.000 anni fa si trovava al massimo della sua espansione geografica, occupando forse tutto il nord eurasiatico.

In definitiva, quindi, in tutti questi punti Herman Wirth sembra attribuire alla “Urheimat” boreale una valenza etnica molto ampia ed adottare un approccio tendenzialmente monofiletico delle origini umane: avvicinandosi così, in effetti, non solo alla prospettiva guenoniana, ma anche a quella di un altro autore spesso citato ma anch’egli mai tradotto in italiano, ovvero William Fairfield Warren autore di “Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole” del 1885 (e recentemente ristampato in inglese (nota 34), sul quale non escludiamo che in futuro il nostro gruppo Facebook possa intraprendere un analogo progetto di traduzione).

Vi sono, tuttavia, altri punti dello scritto di Dughin dai quali pare trasparire in Wirth anche una prospettiva di diverso tipo. Quando ad esempio viene fatto riferimento alle migrazioni ed ai meticciamenti intervenuti tra le popolazioni nordiche con altre più australi, rimane evidentemente irrisolto il problema della provenienza delle seconde, come se in ultima analisi non fosse possibile ricondurre queste alla stesse aree di origine delle prime, magari abbandonate in tempi ancora precedenti: una tesi ad esempio non rifiutata da Silvano Lorenzoni (nota 35). Se Julius Evola (nota 36) sembra riprendere da Wirth l’idea di una razza “negroide” e di una “finnico-asiatica” già esistenti contemporaneamente alla razza prenordica – con il tipo Aurignac (Combe Capelle) ed il Cro-Magnon (nota 37) a rappresentare già dei prodotti di “mistovariazione”, come anche, a maggior ragione, le più tarde comunità indoeuropee (nota 38) – è evidente che qui la prospettiva generale delle origini umane appare molto meno unitarista e monofiletica. La visuale nettamente differenziante tra Nord e Sud del mondo sembra d’altro canto trasparire anche nella descrizione di tali “Iperborei” primari, che nell’articolo di Dughin vengono associati a caratteristiche classicamente nordiche con il ripetuto riferimento all’alta statura, agli occhi azzurri ed al biondismo: elementi fenotipici che, però, appaiono già piuttosto specializzati e ben poco “primitivi” secondo Boas (nota 39), comunque non della più alta antichità sia per Gunther (nota 40) che per Kossinna (note 41 e 42). Ed, oltretutto, si tratta di caratteri non molto rappresentati, ad esempio, in coloro che Wirth, Evola ed anche Kadner (nota 43) considerano oggi più vicini ai “Prenordici” iniziali, ovvero alcuni tipi Inuit e Nativi nordamericani (nota 44), anche in misura maggiore rispetto alle stirpi arioeuropee: ciò, pure sulla base di valutazioni legate alla distribuzione del gruppo sanguigno “0” (nota 45) o dei tratti culturali e sacrali evidenziati (nota 46). Tra l’altro, di questi “Prenordici” primordiali, a ben vedere si potrebbe anche sottolineare l’aspetto prettamente letterale del termine, che, a rigore, dovrebbe esprimere il significativo concetto di coloro che furono “precedenti ai nordici”, cioè presenti ben prima della formazione del classico tipo alto, biondo e con gli occhi azzurri. Ma, proprio in rapporto a questi tratti culturali, si potrebbe pure osservare come, nello scritto di Dughin, la particolare importanza attribuita da tale stirpe arcaica ai fenomeni solstiziali, o al fatto che un giorno degli Dei equivarrebbe a un anno degli uomini (nell’intuitiva analogia dei sei mesi di notte artica con le ore notturne, e dei sei mesi di giorno artico con le ore diurne, come nelle notazioni avestiche – nota 47) sembrerebbe collocare tale civiltà in un momento nel quale l’asse terrestre doveva necessariamente trovarsi già nella sua posizione inclinata di 23° rispetto al piano dell’eclittica e dunque non più in quella situazione di perpendicolarità sopra accennata – davvero primordiale del nostro ciclo umano – che probabilmente perdurò per l’intero Satya Yuga secondo i termini indù.

Da questo punto di vista appare quindi estremamente significativa un’altra sottolineatura di Dughin in merito alle ricostruzioni di Herman Wirth, cioè quella su di una predominanza sacrale dell’elemento femminile nella civiltà boreale (i segreti runici originariamente conservati da sacerdotesse, o l’esistenza di una forma di matriarcato primordiale); ciò a chiara testimonianza di un certo debito culturale del ricercatore tedesco-olandese nei confronti dalle elaborazioni di Johann Jakob Bachofen, autore dell’imponente “Das Mutterrecht”. Una concezione che quindi appare in netto contrasto con quelle più legate all’orientamento in senso patriarcale delle più tarde comunità indoeuropee (nota 48). Ma forse si potrebbe anche pensare che, più che di un errore prospettico nel considerare i primordi umani (è questa, fondamentalmente, l’obiezione principale che Evola muove a Bachofen pur riprendendone anch’egli, in gran parte, le linee interpretative), tale accostamento rivesta effettivamente un valore cronologico: i “Prenordici” di Herman Wirth non andrebbero cioè collocati nel momento primordiale del nostro ciclo umano ma in quella fase successiva che, appunto, vide l’elemento femminile acquisire man mano un’importanza crescente. Da cui anche l’aggancio con l’ipotesi di Gaston Georgel (nota 49) di una suddivisione del presente Manvantara, oltre che quaternaria (i 4 Yuga) e/o quinaria (i 5 Grandi Anni platonici – forse correlabili alle 5 stirpi esiodee?), in linea teorica anche in chiave ternaria, con un “polo” etnico e sacrale sorto in zona Nordatlantico-Groenlandia meridionale (in pratica, il cuore del “cuneo della razza prenordica” che Evola – nota 50 – riporta da Wirth) il quale già a partire da 43.000 anni fa potrebbe aver anticipato il sorgere del successivo Treta Yuga: sotto-ciclo che iniziò appena qualche millennio dopo, verso 39.000 anni fa, e che a buon diritto può essere definito anche come “l’Età della Madre”. E non sarebbe da escludere che tali movimenti sub-artici / circum-artici potrebbero essere stati facilitati da temporanee migliorate condizioni climatiche, guarda caso verificatesi proprio nel lasso tra 42.000 e 44.000 anni fa, in termini paleoclimatologici noto come il periodo di Peyrards: lasso che sembra corrispondere all’interstadiale Laufen/Gottweig il quale, oltretutto, si accompagnò anche ad una serie di eventi piuttosto significativi in termini culturali, con la transizione tra Paleolitico Medio e Paleolitico Superiore (nota 51). La conseguenza odierna di tali eventi è forse di aver indotto una certa sovrapposizione concettuale tra il momento puramente polare-artico-iperboreo e quello semplicemente nordatlantico, sovrapposizione spesso sottolineata anche da Julius Evola, che portò qualche studioso a situare il periodo della civiltà artica originaria in tempi meno remoti rispetto a quelli proposti da René Guenon: è ad esempio il caso del già citato Jean Phaure che – pur nell’ambito di una generale cornice cronologica guenoniana – nel suo schema colloca infatti la terra di Iperborea solo all’inizio del Treta Yuga, quindi in pratica ricalcando, a mio avviso, le linee di Herman Wirth.

Ed in effetti qualche ulteriore dettaglio sugli stanziamenti nordici segnalati da Herman Wirth, riportati da alcuni autori, appaiono alquanto indicativi: Marco Zagni (nota 52) menziona il quadrante collocato tra Groenlandia, Islanda e Spitzbergen che sarebbe stato popolato circa 42.000 anni fa (periodo praticamente sovrapponibile al summenzionato interstadio Laufen/Gottweig), mentre Gabriele Zaffiri (nota 53) abbassa ancora di più il momento della civiltà nordica di Wirth a circa 30.000 anni fa. Date, cioè, che ci portano 20-30.000 anni più tardi rispetto all’inizio del Manvantara secondo la cronologia guenoniana ed, appunto, in gran parte ricadenti nel periodo di pertinenza del Treta Yuga, l’anzidetta “Età della Madre”. E dunque, alla luce di queste considerazioni, avrebbero una certa coerenza gli accenni di Wirth sul centro nordico-atlantico ricordato proprio come “Terra della Madre” (nota 54). Senonchè qui Wirth opera un accostamento a mio avviso piuttosto azzardato – ed è proprio questo il motivo per cui sarebbe necessario poter verificare direttamente, e non solo tramite altri, pur validi, autori, gli scritti del ricercatore tedesco-olandese – tra il centro nordico-atlantico di 30-40.000 anni fa con quella Mo-uru (nota 55) ricordata nel mito avestico come sede secondaria, e non primaria di origine indoiranica: solo che anche qui si ricade ancora, come sopra accennato, nell’equivoco del soggetto che sarebbe stato protagonista di tali migrazioni. Perché ricorrere, come fa Wirth, alle localizzazioni avestiche rimanda ovviamente al più ristretto ambito indoeuropeo, quindi difficilmente situabili nelle epoche riportate da Zagni e Zaffiri (anche se personalmente ritengo che la nostra famiglia etnolinguistica risalga comunque a tempi ben più remoti di quelli protostorici ipotizzati da Marija Gimbutas; per maggiori chiarimenti, che ora uscirebbero dall’ambito di quest’articolo, mi permetto di rimandare al mio precedente scritto “Le radici antiche degli Indoeuropei”, presente in questo stesso sito). Il centro nordatlantico di 30-40.000 anni fa sarebbe cioè stato successivo alla Thule veramente primordiale, monofiletica e polare, di inizio Manvantara, che sussistette nell’accennata situazione cosmologica di asse perpendicolare rispetto all’eclittica con la connessa “Eterna primavera” di Ovidio. La Mo-uru citata nell’Avesta, invece, sarebbe stata la sede secondaria occupata da un raggruppamento nettamente più ristretto – i soli Indoarii – dopo l’uscita dall’iniziale Airyana Vaejo, ovvero la Patria etnogenetica ariana che, con tutta probabilità, rispetto alla Mo-uru era geograficamente posta ad una latitudine più elevata, cioè al di sopra del Circolo Polare Artico, per i summenzionati accenni alla periodicità dì/notte di sei mesi ma anche, per la stessa ragione, temporalmente situabile in un momento in cui l’asse terrestre doveva per forza presentare ormai l’attuale inclinazione rispetto all’eclittica (inoltre, in termini di longitudine, è probabile che l’Airyana Vaejo fosse nettamente più orientale delle aree atlantiche a fronte dei significativi rapporti evidenziati dalle lingue indoeuropee con quelle uraliche – note 56, 57, 58, 59, 60, 61 – ciò anche in assonanza, almeno geografica, con le visuali di Bal Gangadhar Tilak – nota 62).

Ritengo quindi probabile che le enormi difficoltà a ricostruire eventi verificatisi in tempi remotissimi abbiano portato ad operare non una sola, ma molte possibili sovrapposizioni concettuali: ad esempio, una tra il centro primario e quello secondario più antichi (cioè tra la Thule polare e la Nordatlantide del Treta Yuga); un’altra fra il centro primordiale ed etnicamente più ecumenico e quello primario ma di scala più ridotta (cioè tra la Thule polare e l’Airyana Vaejo solo indoeuropea); un’altra ancora tra il centro secondario più antico e quello più recente (cioè, come sembra fare Wirth, tra la Nordatlantide di 30.000 anni fa e la Mo-uru meno remota); o ancora un’altra, “incrociata”, tra il centro primordiale più remoto e quello secondario recente (questa forse ravvisabile in Eratostene, che colloca Ultima Thule non a Nord ma a Nord-Ovest, alla latitudine di 66° – nota 63 – più o meno corrispondente a quella dell’Islanda)…

In ogni caso – e ci avviamo verso la conclusione – bisogna anche dire che l’orientamento femminile proposto da Herman Wirth per la civiltà nordatlantica lascia piuttosto perplesso Julius Evola: ma il pensatore romano, tuttavia, non arriva a chiudere del tutto la porta a questa possibilità, quando ad esempio ricorda l’appellativo di “gente della Dea” (nota 64) attribuito alla razza mitica dei Tuatha de Danann, tradizionalmente giunti in Europa dalla direzione di Nord-Ovest. Quel Nord-Ovest indefinito, grossomodo collocato a cavallo della curva Groenlandia-Islanda-Faroer-Scozia-Irlanda che in tempi wurmiani anche la ricerca ufficiale ammette aver visto ampie aree emerse (note 65, 66, 67), con propaggini forse estese anche più a meridione (l’Atlantide “classica”). E, secondo Wirth (nota 68), furono proprio queste propaggini più meridionali, collocate a latitudini più o meno corrispondenti a quelle delle isole Azzorre, che vennero sommerse per prime dal cataclisma diluviale principale, mentre le zone più settentrionali come l’anzidetta Mo-uru, si inabissarono solo alcuni millenni più tardi: uno degli eventi di maggior impatto – la “frana di Storegga” di 8.000 anni fa – viene, anche questo, ammesso senza difficoltà alcuna dalla ricerca ufficiale (nota 69). Cataclismi nordatlantici dai quali derivò l’ultima delle grandi migrazioni boreali di una certa entità demografica, quel movimento “trasversale” del quale parla anche Julius Evola (nota 70) che prese come tappa intermedia il “Doggerland”, bassopiano anticamente esteso tra Gran Bretagna e Danimarca; la sommersione definitiva anche di questa rigogliosa area si concluse forse 6.500 anni fa con un ultimo evento marino che miticamente forse corrispose al “Diluvio di Deucalione” (nota 71).

Ma qui ci troviamo davanti ad eventi ormai post paleolitici: l’acquisizione di ulteriori dettagli lungo almeno 35-40.000 anni di preistoria umana secondo le categorie storico-tradizionali, passa necessariamente attraverso la traduzione di questo mastodontico lavoro di Herman Wirth – già iniziato e del quale ci sono appena pervenute le prime pagine in italiano – per il quale rinnovo a tutti coloro che sono interessati la richiesta di sostegno.

----------------


A tremendous article of inestimable importance for those few of us, engaged in a mortal Spiritual Struggle against the JEW.
Wirth describes the Paleolithic History of the Europid Race, from between 64,000 and 30,000 years ago.
His massive documentation and library was sequestered by the barbarous Americans in 1946 - at the instigation of the vile Jews.

Miguel Serrano met Wirth after the war.
I quote from the monumental: Adolf Hitler: the Ultimate Avatar.

".  In the visit I made to professor Herman Wirth, founder of the Ahnenerbe, high specialized organism of investigation of the SS, and one of the most extraordinary students of Nordic pre-antiquity, I asked him about the Jews.  He gave me a strange unexpected answer:  "Nomadic people, from slaves, who lived on the perifery of the great civilization of the Gobi…"
   I deeply regret not having asked more about this.  Professor Wirth knew many languages, Sanskrit, Greek, Arabic, Hebrew and had finished a work on the origin of the Jews, fruit of investigations through his entire long life.  When I knew him he was 94 years old and remained agile and alert.  Even then, not long before dying, the manuscripts of his work were stolen from him, it is believed by his own collaborators.  Marxist infiltrators, or perhaps even Catholics, caused this most valuable work to disappear.  The world will never know of it.  It is a tragedy as great as the destruction of the Library of Alexandria.  At least for me.  The identical hand will have committed the same crime to cover up evidence.

---------------

Also, notice the attached map of the pyramid showing the global area of the primordial Europids.
Notice the Pinnacle Peak exactly on the Sacred Island of Melita.
Our Island that will become the Spiritual Focal Point of the coming, unstoppable IMPERIUM EUROPA.
Report to moderator   Logged
Boycott The Times and The Sunday Times.
Do not post there, do not buy a copy of either, do not advertise.
Hurt Them in the only way they understand.

BOYCOTT THE TIMES
 Imperium 1107

IMPERIUM
Norman Lowell
Global Moderator
Senior Member
*****
Offline Offline

Posts: 15500


« Reply #42 on: January 10, 2018, 11:33:37 AM »

Read Post 41 for Part 1


Sul Gruppo di Ur e la Tradizione di Roma
– seconda parte
– Luca Valentini


Dopo aver analizzato nella prima parte del nostro scritto quale fosse il reale collegamento che vi era tra gli insegnamenti e le dottrine magiche di Ur rispetto al mondo arcaico della Paganità e nello specifico della sacralità romana, è d’uopo che tale relazione possa essere sviscerata anche in relazione a ciò che si intese rivivificare, dopo il secondo conflitto mondiale, nell’ambito dei sodalizi politici e tradizionali. E’ necessario, però, una doverosa puntualizzazione: i gruppi, le personalità che spesso si associano alla cosiddetta via romana agli Dei non sono stati gli unici veicoli tramite cui una certa visione del mondo si è perpetuata e ciò non necessariamente in ambito connesso con la politica. Vi sono stati e vi sono strade diversificate che hanno conservato il medesimo riferimento archetipico con approcci similari ma non identici a quelli di cui scriveremo e che possono, per esempio, essere riconducibili al Vate italiano del ‘900, Gabriele D’Annunzio ed alla sua poetica sapienziale. Ma ciò rappresenta solo un accenno ad un discorso che forse svilupperemo in futuro.

Ritornando a ciò che ci siamo prefissi di trattare, è nostra intenzione specificare come nella presente esposizione ci atterremo esclusivamente alle fonti ed alle testimonianze disponibili, senza ipotizzare scenari non dimostrabili, sempre nell’ottica chiarificatrice già assunta nella prima parte del presente saggio. Nello specifico, possiamo riferire che l’interesse per le tematiche legate alla dimensione sapienziale ed arcaica si rimanifestò negli ambienti della destra politica dopo la pubblicazione negli anni ’50 sia del testo evoliano Metafisica del Sesso sia, a cura dello stesso Evola per le Edizioni Bocca, della ristampa organica di tutte le monografie firmate dal Gruppo di Ur, con modifiche, tagli ed aggiunte, di cui si è spesso discusso, ad opera del curatore. Tale processo di rinnovato interesse si accelerò nel corso degli anni ’60 nell’ambito del movimento politico di destra Ordine Nuovo e su ciò una ricca documentazione bibliografica ed una testimonianza diretta ci è offerta nelle pagine della rivista Politica Romana (n. 8 / 2008 – 2009) a firma di Piero Fenili. Alla fine degli anni ’60, infatti, in seno a tale esperienza sorse una compagine tradizionalista che si richiamava all’antico mito guerriero dei Dioscuri, su cui svolgeremo alcune nostre riflessioni. Il Fenili nella rivista citata nell’articolo “All’origine del Caso Dioscuri”, nell’ambito di una particolare prospettiva assunta da tale rinnovato spirito romano, con profonda obiettività ha definito il tutto una “controversa ma non banale vicenda” (p. 29). Tale, a nostro avviso, è l’incipit essenziale per svolgere un approfondimento mirato sui quegli anni, cioè di non concepire la vicenda della via romana contemporanea quale una storia univoca, attraversata da una monolitica adesione spirituale, ma, al contrario, essa fu l’occasione di visioni diverse e contrapposte, di grandi slanci ideali, di grandi personalità, ma anche di cedimenti, di divisioni, di fallimenti. Il primo nucleo di tale sodalizio si ispirò all’esperienza di Ur, senza però aver potuto vantare alcuna continuità e regolarità iniziatica con la catena magica che vide protagonisti Evola, Reghini, Colazza,…Come evidenziato nella nota 1 del medesimo articolo, l’approccio ed il ricollegamento primo ad Ur fu di natura magico – meditativa e non di natura cerimoniale e neopaganeggiante. Lo studioso H.T. Hakl specifica argutamente, infatti, come Evola, in contatto con tale sodalizio fosse aspramente contrario a derive di tale genere, tanto da affermare in un’intervista proprio per il giornale di Ordine Nuovo quanto segue:

“Io ben mi guarderei dal rimandare, oggi, a quanto scrissi nel libro giovanile Imperialismo pagano in una congiuntura tutta particolare. Non incoraggerei nessun volgare anticattolicesimo o <<paganesimo>> dilettantesco“ (A colloquio con Evola, I testi di Ordine Nuovo, Edizioni di Ar, Padova 2001, p. 124).

Il riferimento alla Roma arcaica ed ai suoi Numi tutelari, infatti, erano intesi in senso non religioso ed archeologico, ma in seno ad una maieutica interiore che parzialmente riprendeva le tecniche di Ur. Non casuale risulta essere il riferimento ad una condizione di a-normalità della presente umanità, in cui un certo dettato sapienziale possa essere frainteso o reso mera parodia. Nella tarda Romanità – epoca simile in decadenza civile, morale e spirituale all’attuale -, la sopravvivenza dell’archetipo non poteva che realizzarsi come sempre Evola nel suo ultimo libro ha riportato:

“nella rivalutazione, tentata da Giuliano, dell’antica tradizione sacra romana, è l’idea esoterica della natura degli Dei e della conoscenza di essi che si fa valere. Una tale conoscenza significa realizzazione interiore. In tale prospettiva gli Dei appaiono non come finzioni poetiche o come astrazioni di teologi filosofanti, bensì come simboli e proiezioni di stati trascendenti della coscienza. Così Giuliano, egli stesso iniziato ai Misteri di Mithra, associa strettamente una superiore conoscenza di sé alla via che conduce alla conoscenza degli Dei…Egli ci riporta alla tradizione di una disciplina segreta, grazie alla quale anzitutto preparandosi con una vita di purezza e di ascesi, poi affrontando esperienze speciali determinate dai riti iniziatici, la coscienza di sé è radicalmente trasmutata, nuove potenze e nuovi stati interiori vanno a costituirla: appunto quelli, che l’antica teologia adombrava nella figura simbolica dei vari Numi” (Giuliano Imperatore, Julius Evola in Ricognizioni, Edizioni Mediterranee).

In merito, lo stesso Fenili, in un altro saggio pubblicato sul tema “Il Gruppo dei Dioscuri come tentativo di ripresa dell’esperienza del Gruppo di Ur”, in (Elixir n. 9, Edizioni Rebis, Viareggio 2010, p. 8ss) descrive perfettamente le tecniche utilizzate che erano quasi interamente riconducibili alle istruzioni di catena espresse in Ur 1928, in cui una ritualità ed un’ascesi pitagorica si univano alle meditazioni antroposofiche del pensiero e del Sole di Mezzanotte, oltre ad alcune tecniche interne di natura ermetico – kremmerziana (p. 10). Tutto ciò risulta essere in linea con altre due importanti informazioni contenute nel saggio di Fenili su Elixir. La prima riguarda la scelta della denominazione del sodalizio che “fu dovuta al dottor Placido Procesi, medico di Evola e figura di spicco negli ambienti esoterici romani” e personalità di altissimo rango nell’ambito della Fratellanza Terapeutica di Myriam, fondata da Giuliano Kremmerz (p. 9).

Su tale denominazione un breve inciso va posto. Il mito dei Dioscuri è propriamente ellenico, dal greco Dioskouroi cioè figli di Zeus, e solo successivamente alla battaglia del lago di Regillo, 15 luglio 499 a.c (o 496), assunse una valenza mitica romana, episodio in cui la comparsa dei gemelli nella battaglia fu decisiva per la sconfitta dei Latini alleati dell’etrusco (!) Tarquinio il Superbo nel suo tentativo di riconquistare Roma. A tal proposito, interessante risulta essere l’ipotesi presentata nello stesso articolo di Elixir circa una presunta derivazione dei gemelli dalla fratria degli Eumelidi, la quale risulta essere consacrata presso Piazza Nilo a Napoli al Sole ed a Giove (p.9). Inoltre, una recente pubblicazione della prof.ssa Claudia Santi, “Castor a Roma – un Dio peregrinus nel Foro” (Edizioni Agorà & CO., Lugano 2017), ha ben evidenziato come “dal momento che Castor fu accolto come dio nel sistema religioso di Roma antica nel periodo in cui quest’ultimo si presentava nella sua forma demitizzata, non esiste alcun mito autenticamente romano che lo riguardi…E’ dunque nelle figure dei gemelli Romulus e Remus e di altre coppie gemellari dell’epopea nazionale romana che sarebbero confluiti i motivi mitici del Divine Twins importati dalla Grecia, se mai ve ne furono” (p. 78-9).

La seconda informazione contenuta nel saggio di Fenili su Elixir riguarda l’esistenza di ambienti diversificati nell’ambito del medesimo sodalizio, come nel caso di quelli esistenti nella città di Messina, ove tale esperienza venne in contatto con il rinnovato interesse per il pitagorismo di Arturo Reghini ed Amedeo Armentano e con realtà di natura ermetico e myriamica. Da tale milieu esoterico nacque una pubblicazione, sempre citata da Fenili, che alcuni riconducono ad Evola forse in maniera arbitraria, forse conosciuta dallo stesso, cioè “La via romana agli Dei”, in cui la connessione coi Numi di Roma, non si presenta sotto una forma cultuale, ma denota una precisa connotazione ermetica, in perfetta consonanza con le pratiche di catena di Ur precedentemente esposte. L’idea di fondo era quella di una comprensione assolutamente interiore della spiritualità arcaica, dalla quale l’uomo moderno è irrimediabilmente separato da un’involuzione ontologica, che con le pratiche ascetiche si cercava di arrestare e riconvertire. Tale è il nodo gordiano inerente un corretto approccio al Sacro, su cui il testo in questione esprime una chiara e condivisibile decifrazione:

“Ovviamente concepire un contatto con gli dei può essere ostacolato dalla supposizione che l’uomo moderno abbia conservato immutate le facoltà percettive dei suoi Majores. Ciò è un errore. La facoltà immaginativa è, per esempio, al giorno d’oggi una facoltà interamente soggettiva in quanto elabora forme che appartengono al mondo dell’Io, alla mente subconscia, e che quindi non hanno relazione alcuna con la realtà vera“ (La via romana agli Dei, capitolo sugli Dei).

I Numi, pertanto, si rimanifestano esclusivamente se tale capacità immaginativa, se tale stato potenziale dell’Io, vengono ridesti tramite l’ascesi, solo in seguito alla quale è possibile richiamare ritualmente (e non cerimonialmente) il Divino che è nell’uomo e nel mondo, contemporaneamente:

”Senti i Numi risvegliarsi in te. Cosciente di ciò, attendi che il fuoco visibile si spenga, riconducilo in te, nel cuore, e fissa nuovamente tale stato nel silenzio” (La via romana agli Dei, capitolo Del rito II).

Tale prospettiva non fu sola dell’ambiente messinese, ma fu l’orientamento fondante del sodalizio originario dioscureo e le tracce le si ritrovano negli scritti di una personalità che forse assume una valenza esiziale nella vicenda, una valenza quasi mai indagata in profondità. Ci riferiamo agli insegnamenti presenti nel libro “Essere Uomo – autorealizzazione nella condizione umana secondo gli insegnamenti di Julius Evola” a firma di O. de’ Rampazi (Edizioni Settimo Sigillo), in cui la tecnica trasmutativa della Scienza dell’Io assurge ad una via praticabile nella riscoperta di Roma, non come manifestazione religiosa inserita nella storia ed in quanto tale transuente, ma come qualità interna, come dimensione dello spirito. Il primo capitolo della seconda parte del testo è dedicato appunto a Roma e la direttrice di marcia è al quanto evidente:

“E sappi che se per la massa popolare gli Dei pagani erano quello che normalmente si sa e che viene, magari con ironia, insegnato a scuola e purtroppo anche in qualche enciclopedia delle religioni, in realtà i sacerdoti, cioè i saggi, sapevano che si trattava piuttosto di valenze interiori umane le quali, attraverso l’opera magica, prendevano consistenza e producevano effetti reali…Il pagano si rivolge alla divinità non come ad una entità a lui estranea e lontana, ma come l’aspetto disindividualizzato, purificato e sublimato di se stesso” (p. 107ss);

“Anche la religione romana conosceva l’esistenza di un Dio Supremo non manifestato e che pertanto non poteva essere nè pregato, nè tanto meno raffigurato e neppure nominato in alcun modo: tale consapevolezza era ovviamente e giustamente dei soli grandi sacerdoti che lo chiamavano “il Dio Sconosciuto” ed è chiaro quanto tale formulazione esprima” (p. 113).


Nel capitolo finale, dedicato alla Fiamma, quale evocazione, si esplicita tutta la differenza che già aveva evidenziato Plutarco tra cerimonia e rito, tra formalismo religioso ed azione sacrificale di se stessi, permettendo l’unico rito magico possibile, dall’India Vedica, a tutto il mondo indoeuropeo, a Roma, il rito filosofico interiore, così come espresso dagli insegnamenti magistrali di Giandomenico Casalino, tramite cui Vesta si ridesta non solo in un focolare domestico e visibile, ma primariamente nel focolare cardiaco di ogni uomo, risvegliato alla propria coscienza:

“E’ il centro di ogni centro, il simbolo di ogni simbolo, l’essenza di ogni essenza” (p. 150).

La codesta visione del mondo e di azione sacrale la si ritrova anche in alcune espressioni lapalissiane contenute nei 4 fascicoli redatti dallo stesso Gruppo dei Dioscuri, in cui idealmente, solo idealmente ritorna il riferimento di Ur alla Tradizione Primordiale, come da noi espresso nella prima parte di questo approfondimento. :

“Per l’uomo della Tradizione, rivolgersi verso il passato e non verso l’Alto significherebbe voler bere allo stagno, potendo invece bere alla fonte” (fascicolo Rivoluzione Tradizionale e Sovversione).

Non è casuale, infatti, che nel fascicolo più romano dei 4, Phersu – maschera del Nume, non si accenni a riti, a cerimonie, a preghiere, ma a tecniche di realizzazione spirituale, dopo una doverosa critica alle deviazioni del neospiritualismo moderno, nei seguenti termini:

“A che cosa devono mirare dunque inizialmente le tecniche? Fermezza interiore, coerenza nei propositi, distruzione dell’orgoglio che prima di essere grave impedimento è di per sé cosa puerile, equilibrio e quadratura…”
(p. 6).

Rispetto a tale indirizzo iniziale e conservato in filiazioni derivanti dal nucleo originario, di cui accenneremo al termine, dopo alcuni anni, nei primi anni ’70, ebbe a realizzarsi un cambiamento di orizzonti, così come riportato da Fenili nel saggio citato su Politica Romana, in un senso decisamente neopagano e cerimoniale, diversificato dal riferimento iniziale ed ideale di Ur, in un senso prettamente cultuale. Il Direttore di Politica Romana, in merito, ha voluto esprimere delle perplessità di non poco conto, inerente un preciso approccio tecnico e spirituale, in cui alcune problematicità determinarono, in seguito, ulteriori lacerazioni insite anche nella stessa filiazione che qualificò un cambio di passo rispetto all’origine. L’espressione del Fenili “Sorvolo sui fenomeni involutivi che caratterizzarono il seguito della vita del Gruppo dei Dioscuri, innescati dal surplus di energia che si era venuta sviluppando…” (p. 32 da Politica Romana cit.) sono la sintesi di due problematiche sostanziali, connesse sia alla compattezza della catena (“ogni catena è debole come il più debole dei suoi anelli. E tale può essere anche l’anello apparentemente più forte, se nasconde in sé incrinature che lo predispongono alla rottura”, p. 33), sia alla capacità di ridestare effettivamente e correttamente le forze della Tradizione di Roma:

“L’intuizione circa l’esistenza di una ieratica Roma ipogea era in parte giusta, come dimostrano gli studi di autori magistrali della Tradizione italica, quali Domenico Bocchini e Giustiniano Lebano, che erano in possesso delle chiavi della conoscenza iniziatica, che sola può proteggere contro ogni contatto con le presenza cattive (larvae), <<aprendo>> soltanto alle presenze luminose e benigne (lares). In genere si può dire che tutte le forme che hanno veramente concluso il loro ciclo esistenziale possono assumere una consistenza larvale se rianimate imprudentemente ed artificiosamente, cosa che invece tentano ancor oggi sconsideratamente di fare alcuni imprudenti anche se volenterosi celebranti neopagani, incuranti del significato della fossa (mundus), che la rende quasi porta degli Dei tristi ed inferi (deorum tristium atque inferum quasi ianua: Varrone in Macr. Sat. I, 16, 18). Una porta che, tranne eccezioni e circostanze rigorosamente previste, deve rimanere ben chiusa“ (p. 33 da Politica Romana cit.).

Di tematiche e problematiche simili ce ne accennò anche Renato Del Ponte nell’intervista concessa ad EreticaMente. Sia chiaro: tali giuste precisazioni hanno valore paradigmatico per qualsivoglia approccio al sacro ed assumono valore irrinunciabile se l’ambito di pertinenza diviene, non più quello devozionale e religioso, ma quello esoterico. Pertanto, le tante congreghe para – iniziatiche non si sentano escluse da siffatti ragionamenti di buon senso, perché la temperanza non è solo una virtù tendente a placare l’esuberanza del fisico,  ma anche mirante a conciliare e moderare l’esuberanza dell’ego.

Come predetto, in conclusione, al nucleo originario ed in collegamento con nuclei successivi o continuatori del nucleo originario, alla rivista Mos Maiorum, a Roberto Corbiletto (a cui dedica l’impareggiabile scritto Agnì – Ignis Metafisica del Fuoco Sacro) fu molto vicino l’aurea figura di Pio Filippani Ronconi, grande orientalista, autentico patrizio romano (La Cittadella, quaderni di studi storici e tradizionali romani – italici, anno X, nuova serie, n° 40, MMDCCLXIII a.U.c), antroposofo e discepolo di Massimo Scaligero, secondo il quale il riferimento a Roma non potesse essere inteso se non nel suo senso altamente verticale, spirituale, interiore, sublimando i limiti orizzontali, come l’Impero superò i propri per farsi Mondo:

“quello che conta per noi è quello di ritrovare quel filo occulto che ci permette di collegarci con gli autori della nostra civiltà. Indipendentemente se noi, poi, personalmente siamo Longobardi di origine, o Goti o quello che sia. L’essere romano significa essere una razza spirituale. È un atto dello spirito l’essere romano. Un atto dello spirito che, poi, scendendo nella profondità, ne permea l’anima. Dal nous, dallo spiritus si scende nell’anima e dall’anima foggia anche il corpo” (tratto da una conferenza tenuta presso l’associazione Fons Perennis).

Lasciamo al lettore ogni libera interpretazione, sui contenuti espressi, con la possibilità che qualcuno integri, corregga e riveda quanto da noi esposto. Ci preme, infine, solo evidenziare come l’asse intorno a cui si avvolge sempre la Tradizione è quello dell’Io e tramite esso ogni riferimento che si voglia assumere quale autentica e sincera adesione al Sacro:

“Prendere la Tradizione per la sua trascrizione dogmatica significa escludersi automaticamente dal proprio rapporto vivente con la sua sorgente spirituale. Conoscere quest’ultima soltanto come una serie di dati storici o come un insieme di sentimenti con cui essi vengono evocati, significa sperimentare un mondo di fantasmi, a cui si presta vita sottratta alla coscienza, privi del riferimento spirituale dal quale essi traggono esistenza e significato. L’attuazione dell’archetipo spirituale contro la corrente esistenziale è un fatto di ascesi: senza questa, buoni sentimenti, slanci di cuore, dialettica raffinata eccetera, divengono armi per l’Avversario” (Appunti sull’Arte Regia, concentrazione, meditazione, contemplazione, Alex Von Panphilji – Pio Filippani Ronconi, Mos Maiorum).

 

Luca Valentini


---------------


The difference between mere motions and ceremony and the Internalizing of the truly Spiritual.
Between mere washing and Purification.
Between mere dogma and horizontal interactions and the Beyond Out of Reach.

The importance of Fire, the Purificator.
Watching the Flames rise up, waiting for the Flames to die down.
Internalizing the Flames into one's inner Being - a cardiac cauldron.

God as emptyness, God as Unknowable, God as Void, God as indefinable.
This was the Inner Core of the Roman Mos Majorum.
So similar to the TAO:  IT the unknowable, IT the empty, IT the indefinable.
 



00601
The Golden Dawn
Imperium
Report to moderator   Logged
Boycott The Times and The Sunday Times.
Do not post there, do not buy a copy of either, do not advertise.
Hurt Them in the only way they understand.

BOYCOTT THE TIMES
 Imperium 1107

Pages: 1 ... 3 4 [5] Go Up Print 
« previous next »
 
SMF 2.0.12 | SMF © 2016, Simple Machines
TinyPortal © 2005-2012

VivaMalta - The Free Speech Forum, ERETICHAMENTE - Theme by Mustang Forums