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Author Topic: ERETICHAMENTE  (Read 3306 times)
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Norman Lowell
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« Reply #30 on: November 24, 2016, 05:10:49 AM »

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57762


In morte della classicità in Grecia
di Daniel Guillem -

23/11/2016


Dopo l’attacco al mondo classico perpetrato in Francia, con grande scandalo del mondo accademico, assistiamo ad un nuovo tentativo distruttore, a volto scoperto, da parte del nostro nemico. Questa volta molto più violento ed ardito, visto il luogo dove è stato portato a termine. La Grecia, Patria, assieme a Roma, della cultura tradizionale europea, “deve essere affondata”.

Non solo dal punto di vista economico, con i vari diktat dell’usura comunitaria e mondiale, e le conseguenti “calate di pantaloni” da parte della sua stessa classe dirigente, asservita a questi poteri, ma soprattutto dal punto di vista etnico e poi culturale, a partire dall’invasione migratoria che subisce ormai da parecchi anni, in un contesto economico stremato. Ora l’attacco viene portato ancor più in profondità: la Grecia va colpita nell’animo, nelle radici, nella memoria storica, nell’essenza profonda ed inscindibile dalla sua funzione rischiarante del pensiero.

La volontà di abolire lo studio delle materie umanistiche ed in special modo della cultura classica dalle scuole europee può essere vista da alcuni (sinistra progressista) come la semplice “fine della resurrezione che essa ebbe quando fu promossa, nella seconda metà dell’Ottocento, la scolarizzazione di massa”. Noi, ovviamente, sappiamo che c’è molto di più.

L’intento è chiaro. Bisogna farla finita con qualsiasi materia che non sia funzionale all’ideologia economicista. Per fare questo è necessario far passare il concetto che bisogna studiare solo le materie che preparino all’entrata nel mondo del lavoro e della mistica consumistica, facendo tendere tutte le istituzioni umane al perfezionamento dell’Homo oeconomicus. Se oltretutto, attraverso misure di questo tipo, si va a colpire dritto nello spirito nazionale di un popolo, il gioco è fatto.

La volontà di abbandonare lo studio del mondo classico, non solo rafforza lo spirito utilitaristico andando ad affossare quell’ultimo baluardo d’orgoglio presente in Grecia, ma va a colpire più in profondità. L’antica Grecia e l’antica Roma sono state l’incarnazione vivente del bello nell’uomo. Classico è l’amore per la virtus/ἀρετή incarnata nel coraggio guerriero, nell’equanimità dei giusti, nella rettitudine del pensiero nella temperanza dei saggi. Classico è l’amore per l’ordine, che dal cielo si materializza attraverso Zeus dispensatore di leggi per gli uomini. Classico è l’amore per la bellezza non volgare, quella per i bei volti ed i bei corpi degli eroi, per la loro anima, ancor più seducente, incarnata dalla kalokagathia. Classico è tutto ciò che ci fa rivivere nella realtà concreta del mondo prima che la modernità la ubriacasse quasi completamente.

Un’operazione sottile si sta portando a termine: in tal modo, diventerà impossibile per ogni greco leggere Platone oppure Omero, nella loro lingua originale. Il nostro nemico è cosciente di questo ed agisce di conseguenza, e non crediamo di esagerare nelle nostre valutazioni, parlando del manifestarsi di una vera e propria battaglia tra due mondi diversi.

Questo nostro pensiero, nato dalla forte indignazione per l’ennesimo attacco alla Grecia, paese fraterno, è un invito  a decidere se consegnarsi alla dittatura tecnicista delle banche e dell'uomo-macchina globalizzato, oppure combattere per la Civiltà.

Noi scegliamo di combattere, e lo facciamo sotto il segno del mondo classico, mito vivente ed eterno, fonte inesauribile di verità e bellezza.

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The attack by the "Enemy" on the Classical Traditional Greek Culture of Order, Harmony and beauty -
all in the name of the utilitarian, Jewish economic vision of life.
An attack on our very roots - an attack disguised as "Modernity".



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« Reply #31 on: February 20, 2017, 06:17:50 AM »



La crisi del mondo moderno

di Dagoberto Bellucci - 17/02/2017

Fonte: Dagoberto Bellucci

"...lo sviluppo di ogni manifestazione implica necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa procede."

(Renè Guènon - dal testo)


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« Reply #32 on: March 14, 2017, 05:45:26 PM »

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58452


Forme Tradizionali e Cicli Cosmici
di Dagoberto Bellucci
- 10/03/2017

Fonte: Dagoberto Bellucci


“…le conoscenze cosmologiche tradizionali racchiuse in questi (…) libri costituiscono una somma che senza dubbio non ha uguali in nessuna lingua:”
(Roger Maridort, dalla presentazione)

Nella presentazione all’edizione italiana di questa raccolta di articoli e recensioni di Renè Guènon (uscita in francese per la Gallimard nel 1970 e quattro anni più tardi tradotta in italiano per i titoli delle romane Mediterranee) Roger Maridort definisce questo insieme di scritti guenoniani come “l’aspetto più ‘originale’  – e per molti lettori anche il più sconcertante” dell’opera del grande pensatore d’oltralpe al quale si deve la riscoperta di una cultura originaria attraverso le analisi comparate tra le diverse Tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Un volume che riteniamo fondamentale al quale –  è sempre Maridort a scriverlo – si sarebbe potuto scegliere come titolo “Frammenti di una storia sconosciuta”. Ma realmente è così ‘sconcertante’ l’opera di Guènon e ‘sconosciuta’ la storia che ha inteso raccontarci attraverso testi sacri e miti, leggende e ritualità, simboli e veri e autentici frammenti derivati da quella Tradizione Primordiale, unitaria e unica, dalla quale discendono le diverse manifestazioni storiche che si sono susseguite nei secoli prendendo ‘forme’ religiose o metafisiche proprie di questo o quell’altro aspetto tradizionale e direttamente collegate tra loro?
Una storia che noi riteniamo soprattutto misconosciuta, dimenticata, obliata dal tempo e dalla modernità che – a partire da un dato momento storico – ha inteso eliminare progressivamente qualunque forma e manifestazione del sacro, ogni possibile riferimento al divino e tutte le rappresentazioni religiose o metafisiche, in Occidente come in Oriente, che da sempre hanno ‘parlato’ alla spiritualità degli esseri umani.
Nel volume in questione questa spiritualità viene a porsi quale perno centrale di un fil rouge che unisce e ridefinisce nella visione propria del Guènon tradizioni apparentemente distinte – e pure distanti – tra loro: in particolare sono prese in esame alcune delle più ardite esposizioni guenoniane circa la regione iperborea e l’Atlantide ma oltre a questi saggi ve ne sono alcuni fondamentali per ciò che riguarda la Tradizione propria del mondo occidentale (quelle relative alla tradizione della Kabbalah  ebraica, dei misteri egizi e di quelli greci).
Mancano i riferimenti al celtismo  e all’islam che sono stati inseriti in altre raccolte di scritti guenoniani ma alla fine l’opera risulta organica, dando Guènon in questi scritti (articoli, saggi  brevi e recensioni) una summa completa della sapienza tradizionale, fornendo dati inattaccabili dalla cosiddetta scienza profana , o  moderna che dir si voglia, e ricollegandosi l’insieme a quell’autentico excursus nel mondo della Tradizione che farà del pensatore francese un caso più che unico, rarissimo, di studioso sui generis delle dottrine religiose, delle vie iniziatiche e della metafisica ossia del Sacro in tutte le sue forme e manifestazioni, sia dell’Oriente che dell’Occidente.
Dopo un primo capitolo dedicato alla dottrina dei cicli cosmici del quale Guènon ci indica non proprio di ‘sfuggita’ le coordinate di tale ‘dottrina’ ovvero cercando di “chiarire certi punti, con delle osservazioni come quelle che seguono”  determinate dalla legge di corrispondenza che collega ogni cosa nell’Essenza universale e, per ciò che riguarda i diversi cicli cosmici, attraverso le analogie esistenti sia tra i cicli di uno stesso ordine che tra quelli che sono i cicli principali e le loro suddivisioni secondarie.
E’ in questo modo che Guènon ci parla dello sviluppo dei Manvantara – cicli secondari di un Kalpa (ciclo primario) – definiti come Ere dei successivi: sono in numero di quattordici e formano due serie settenarie delle quali una corrisponde ai Manvantara passati e a quello presente, l’altra i Manvantara futuri.
Come scrive Guènon: “Considereremo ora le suddivisioni di un Manvantara , cioè i quattro Yuga, Faremo anzitutto notare,, senza insistervi troppo, che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici applicazioni, (…) D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, quali furono conosciute dall’antichità greco-latina: in entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato da un processo di degenerazione, rispetto al precedente.”.
Seguono tre brevi recensioni (ad un volume di Mircea Eliade “Le Mythe de l’èternel retour. Archètypes et rèpètitions” ed ai due tomi dedicati da Gaston Georgel a “Les Rythmes dans l’Histoire”) che riprendono il discorso circa la dottrina dei cicli cosmici.
Un secondo capitolo è dedicato ad un articolo intitolato “Atlantide e Regione Iperborea” , pubblicato originariamente su “Le Voile d’Isis”  nell’ottobre 1929, che intende mettere ordine e ribattere ad alcune affermazioni comprese in un volume di Paul Le Cour circa un improbabile concetto di “Atlantide Iperborea” che Guènon intende confutare così come critica l’affermazione circa una “origine delle tradizioni occidentale”  in quanto , sostiene, “essa è popolare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non sia orientale; insomma ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira. Solamente in un’epoca già lontana dalle origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi, orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase, già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi “storici”. (…) D’altra parte – lo si tenga ben presente – non è certo “malgrado il nostro induismo” (…), ma proprio a causa di esso, che consideriamo nordica l’origine delle tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente i Vèda, al pari di altri libri sacri.”.
Appartiene a questo capitolo una nota particolarmente interessante – e sulla quale probabilmente pochi hanno ‘indagato’ con ulteriori sviluppi di studio – relativa ad una notizia riportata dal Guènon da un resoconto geografico apparso sul “Journal des Dèbats” del 22 gennaio 1929 relativa a “Les Indiens de l’isthme de Panama” nella quale si sottolinea che “Nel 1925 , gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tula , che ebbe per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa repubblica esiste ancora.”.
Non ci risultano sviluppi d’indagine in questa direzione.
Le sole ‘note’ utili sono queste poche righe tratte da Wikipedia: “I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo di lingua chibcha di circa 40.000 unità. la maggior parte (più di 30.000 persone) abitano le Isole San Blas, a Panama. Esistono altre comunità nel Darién (Paya, Pucuro, Arquia-Makilakuntiwala) e a Caiman Nuevo, sul golfo di Uraba, in Colombia. (…) La bandiera nazionale della repubblica fu alzata pochi giorni dopo la dichiarazione dell’indipendenza (25 febbraio 1925). La repubblica ebbe termine nel 1930, ma la bandiera non sparì del tutto e restò come simbolo locale, ancor oggi in uso. Le proporzioni sono circa 5/6. I colori non hanno un significato particolare, ma trovano riscontro nei riti e nelle credenze tribali; sono gli stessi della mola, tradizionale capo d’abbigliamento femminile. La svastica (kikir), come presso altri popoli, è simbolo della forza vitale.”
Esiste un ampio studio dedicato a questa comunità indiana:  è il volume di Alì Maurizio intitolato  “En estadio de sitio: los kuna en Uraba. Vida cotidiana de una comunidad indigena en zona de conflicto”, pubblicato a  Bogota ( Colombia) per i titoli della  Uniandes – Universidad de los Andes nel 2010 mentre un autore italiano, Squillacciotti Massimo, ha dato alle stampe il libro  “I Cuna di Panamá. Identità di un popolo tra storia ed antropologia” (Ediz. “L’Harmattan” , 1998).
 
Utili notizie in merito a questa comunità amerindia ed alla loro repubblica – che riprendeva il nome di Thule/Tula ed innalzava quale emblema il simbolo dello swastika otto anni prima che Adolf Hitler prendesse il potere con il suo movimento in Germania – sono quelle che si trovano sul freeforumzone nel post “La Repubblica di Tula” e che ci fanno sapere sui Cuna che: ” Tali indios, chiamati dai colonizzatori Cuna, si appellavano in realtà Tule, che per loro significava null’altro che uomini “gente”, come leggo da fonti in lingua spagnola, e Tule fu detta la loro Repubblica.
Il metafisico francese non si interessò delle vicende politiche che avevano condotto all’autodeterminazione dei Cuna-Tule, ma colse immediatamente il significato simbolico, cristallino, sì da concludere:
per quanto riguarda la tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto maggiore di quanto non si creda .
Non aveva, forse, egli stesso preconizzato un tale stato di cose allorchè, parlando della Tula iperborea, puntava l’attenzione verso occidente, all’Atzlan , la Tula dei Toltechi?
L’Atzlan ha per simbolo una montagna bianca, la montagna polare di Tula, che molte Tradizioni indicano come l’Isola bianca.
Una montagna, l’isola, il colore bianco. Ho adesso le tracce per proseguire nella ricerca sul popolo che chiama se stesso Tule.
Secondo la tradizione orale Cuna il mondo era fatto di oro prima che giungesse l’eroe “culturale” Ibeorgun. Egli lasciò i suoi insegnamenti e affidò alle donne e agli uomini la norma di convivenza e la morale sessuale. Ma ciononostante, e anzi proprio perciò, da allora il mondo fu meno dorato.
Le narigueras ( anelli al naso) che da quel lontano tempo le donne portarono, fatte di oro, furono il sigillo di quel deposito primordiale e il pegno della retta conservazione delle regole sociali. Il “nose ring” trovò una tardiva, o postuma, sanzione in una nuova edizione della bandiera che in tempi di antinazismo i Tule adottarono, così attestano le fonti, “because everyone knows Germans do not wear nose rings.” Ma allora la Repubblica indipendente di Tule era solo un ricordo e la realtà era una stretta esistenza, il confino nella riserva.”
 
 
Questa che segue è la bandiera della Repubblica di Tula innalzata dai Cuna di Panama nel 1925:
 
 
Andiamo oltre per ritrovare ampi riferimenti alla Tula atlantica nell’articolo, pubblicato da “Le Voile d’Isis” nell’agosto-settembre 1931, “La situazione della civiltà atlantidea nel “Manvantara”, dove Guènon scrive:
“…i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni. Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea; e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è in stretta relazione con il trasferimento di questa denominazione dalla costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi il nome di Bilancia. E’ altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire, ad una certa epoca, il trasferimento del sapta-riksha (dimora simbolica dei sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e, come tali, chiamate anche Atlantidi.”.
Seguono diversi capitoli costituiti da saggi e articoli tutti relativi alla “tradizione ebraica” la quale rappresenta , a nostro parere, una delle manifestazioni più controverse e discutibili in fatto di studi tradizionali ma che, ciononostante, attiene ed è di piena pertinenza alla tradizione occidentale: l’ebraismo originario è ipotizzabile da questi scritti guènoniani che avesse una qualche sorta di filiazione o trasmissione dal ramo primordiale della Tradizione Originaria sebbene vi siano evidenti i segni di un ampio stadio di degradazione già in quelle che sono considerate le epoche “storiche”.
Lo stesso Evola riconobbe una ‘dignità’ “tradizionale” al giudaismo arcaico almeno fintanto che questo si mantenne e si costituì come società sacerdotale successivamente degenerata ed infine degradatasi quale supporto di influenze tellurico-lunari e vettore veicolante i più bassi istinti rivoluzionario-sovversivi presente nel Levante mediterraneo.
Indipendentemente da quale giudizio si voglia dare del tradizionalismo di fonte ebraica è chiaro che Guènon ricollega attraverso alcuni simboli, nomi e riti quest’ultima alla Tradizione Primordiale.
Nel primo articolo , intitolato Alcune considerazioni sul nome Adamo”, Guènon ci spiega come il nome Adam significhi propriamente ‘rosso’ indizio più che giustificato di un collegamento tra la tradizione ebraica e quella atlantidea, propria della razza rossa.
“Adamah –  scrive Guènon – originariamente (…) è propriamente l’argilla rossa che, per le sue proprietà plastiche, è particolarmente adatta a rappresentare una certa potenzialità, una capacità di ricevere delle forme; e il lavoro del vasaio è stato spesso preso a simbolo della produzione degli esseri manifestati  dalla sostanza primordiale indifferenziata. Per la stessa ragione, la “terra rossa” sembra avere una speciale importanza nel simbolismo ermetico, in cui essa può essere vista come una delle raffigurazioni della “materia prima”… (…) Si aggiunga che la parentela fra una delle designazioni della terra e il nome Adam, preso come tipo dell’umanità, si ritrova, sotto un’altra forma, nella lingua latina, in cui la parola humus, “terra”, è vicina in maniera altrettanto singolare ai termini homo e humanus.”.
In un secondo articolo Guènon ci indica come “la parola Qabbalah, in ebraico, non significa altro che “tradizione”; nel senso più ampio; e per quanto, il più delle volte, essa designi la tradizione esoterica o  iniziatica, quando viene usata senza ulteriori specificazioni, si arriva perfino ad applicarla alla tradizione exoterica.”.
Il Talmud secondo l’autore apparterrebbe di diritto al lato exoterico, religioso e legale, del corpus ‘tradizionale’ ebraico rappresentato dalla Qabbalah.
Ricevere, accogliere, accettare è questo il senso letterale della radice QBL dalla quale procede la Qabbalah ebraica; radice che nella lingua ebrea come nell’arabo esprime il rapporto di due cose opposte l’una di fronte l’altra e quindi due significati che possono essere rispettivamente ricollegabili ad un incontro come ad uno scontro, ad una vicinanza come ad una opposizione.
Qabbalah, che deriva dal verbo ebraico Qabal, è propriamente “ciò che è ricevuto” o trasmesso (in latino  Traditium) dall’uno all’altro.

Guènon ci illustra le analogie linguistiche e simboliche delle lingue ebraica e araba –  entrambe lingue sacre a dispetto per es. del Latino , lingua liturgica ma non sacra del Cristianesimo –  sottolineando l’idea fondamentale per entrambe che è quella della Trasmissione che, nel senso tradizionale, rappresenta la principale garanzia dell’ortodossia di una forma  tradizionale rispetto alla Tradizione Primordiale.
“Questa trasmissione – prosegue Guènon – costituisce la “catena” (shelsheleth in ebraico, silsilah in arabo) che congiunge il presente al passato e che deve perpetuarsi dal presente all’avvenire: è la “catena della tradizione” (shelsheleth ha-qabbalah) o la “catena iniziatica” di cui abbiamo avuto occasione di parlare recentemente. Inoltre essa determina una “direzione” (ritroviamo qui il senso dell’arabo qìblah) che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all’origine, e che, prolungandosi anche al di là di questi due punti estremi, per il fatto che il suo principio è atemporale e “non umano”, lo ricollega armoniosamente agli altri cicli.”.
Seguono un articolo su Cabala e Scienza dei Numeri – nel quale Guènon rileva una netta discordanza tra la numerologia ebraica e quella pitagorica greca sostenendo che “il Pitagorismo (…) fu soprattutto la continuazione di qualcosa che preesisteva nella stessa Grecia, e non è il caso di cercare altrove la sua fonte principale: intendiamo parlare dei Misteri, e più particolarmente dell’Orfismo, di cui non fu forse che un “riadattamento”, in quel VI secolo prima dell’era cristiana che, per uno strano sincronismo, vide operarsi dei cambiamenti di forma contemporaneamente nelle tradizioni di quasi tutti i popoli.” – ed una recensione di un volume di Paul Vulliad dedicato alla “Cabala Ebraica” come, dello stesso, autore una traduzione del “Siphra di Tzeniutha” – importante testo cabalistico.
Il capitolo 4 è dedicato ad un articolo-recensione dedicato dal Guènon alla “Tradizione Ermetica”  e ad uno studio di Julius Evola a questa dedicato ed uscito nel 1931 per i titoli della Laterza di Bari.
Una volta di più si evidenziano le distinte posizioni dei due pensatori-filosofi della Tradizione relativamente al problema di una predominanza dell’iniziazione sacerdotale e della sua funzione rispetto a quelle regali. Nel testo evoliano si insiste sull’autonomia della seconda, su di una pretesa superiorità della funzione regale con l’idea che affiora spesso anche in altri studi evoliani di una sorta di antinomia tra ruolo e funzione del Sacerdozio e della Regalità (che Evola intende spesso quasi in opposizione: un tipo contemplativo di fronte ad uno attivo; in genere caratteristici dell’Oriente il primo e dell’Occidente il secondo).
Seguono alcuni studi sulla figura e sulla tomba di Ermete e infine una serie di recensioni di testi pubblicate su “Etudes Traditionnelles” tra il 1938 e il 1949 anno della scomparsa del Guènon).
Brevemente si segnala qui la recensione ad un volume di Noèl De La Houssaye sul simbolismo della Fenice, una relativa al simbolo del dio Giano apparsa su “Lettres d’Humanitè” nel 1945 e lo studio di Georges Dumèzil su l’eredità indo-europea a Roma che chiude infine il volume.
Un volume per il quale è impossibile non consigliare la lettura.

RENE’ GUENON :  “FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI” , Ediz. “Mediterranee”, Roma 1974


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« Reply #33 on: May 09, 2017, 05:40:09 PM »

http://www.ereticamente.net/2017/05/roma-si-puo-salvare-solo-con-la-romanitas.html#comment-125148


Roma si può salvare solo con la Romanitas

Sarà che i media sanno parlare sempre e solo di negatività e cronaca nera quando si viene a trattare di Roma, e che gli Italiani sono maestri nel tirarsi la zappa sui piedi, amando farsi del male e andando a cercare all’esterno la soluzione delle proprie magagne, ma certamente è un dato di fatto che la nostra Capitale versi in pessime condizioni sepolta sotto l’insostenibile degrado (non solo materiale) che da anni la caratterizza negativamente. Aggiungiamoci la corruzione della classe politica e il vuoto etico di saggi maestri che siano di esempio per la collettività romana, e il quadro del malessere è ancor meglio delineato.

Fa male sapere in che razza di stato sia l’antica, e gloriosa, capitale della civiltà occidentale, anche per l’immagine di sé che la città dà all’esterno, tenendo conto del fatto che da sempre essa è una calamita per potenti, letterati, studiosi, turisti, amanti dell’estetica, cultori delle belle arti e della storia e della cultura. E l’immagine che dà di sé finisce per coinvolgere l’Italia intera, anche quelle aree virtuose che nulla hanno da spartire con l’inaccettabile degrado che ha travolto Roma; essa è però lo specchio che riflette la spoetizzante immagine della situazione politica, e amministrativa, del Paese.

Certo, se la mettiamo su un piano etico e spirituale Roma non è sicuramente la peggior capitale d’Europa, perché se prendiamo in considerazione le metropoli dell’Europa nordoccidentale ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, essendo peraltro città piombate nel caos multirazziale che ha “fatto fuori” quasi del tutto l’elemento autoctono. Per non parlare della corruzione morale, del relativismo, del dilagante materialismo all’americana che, dopo il luteranesimo, ha consegnato l’Europa centro-settentrionale al nichilismo e al completo disinteresse verso tutto ciò che è identitario e tradizionale. Proprio per questo lezioni da Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles o Stoccolma non sono gradite.

Il peggior problema di Roma sta nel disastroso connubio di inettitudine e corruzione, una miscela esplosiva peggiorata dalla temperie vaticana e dalle infiltrazioni mafiose non solo frutto della meridionalizzazione dell’Italia centro-settentrionale ma anche del palazzo romano e di quei corpi estranei che hanno infilato le loro zampe in pasta nella gestione della cosa pubblica, come ad esempio gli zingareschi clan mafiosi spesso agli onori delle cronache. Roma è senza dubbio una città decadente, che nemmeno, quindi, avverte più la gloria del passato che dovrebbe fare da stimolo per riscattarsi e riscoprirsi figlia, ancorché prodiga, dell’eterna romanità culturale, spirituale, etica.

Con l’attuale classe politica piddina, grillina, aennina, e papalina, non si va da nessuna parte, si continua a rivangare il letame che da decenni appesta l’atmosfera della Capitale e che nemmeno fertilizza perché scoria del malgoverno e del soqquadro da esso disseminato in lungo e in largo a Roma e dintorni. E il quadro è piuttosto desolante tra rifiuti selvaggi, degrado ovunque, infiltrazioni criminali, maligne ingerenze ecclesiastiche, strapotere mafioso, e la cosa che forse è la peggiore di tutte: la corruzione materiale e spirituale che liquida senza troppi complimenti l’urbanità delle persone, la loro coscienza civica. Quando la nave affonda i topi ballano… anche in senso letterale.

Se la coscienza comunitaria, e dunque identitaria, si disgrega i mali peggiori si impossessano delle nostre città anche se, me ne rendo perfettamente conto, governare Roma non è come amministrare una città lombarda prealpina di medie dimensioni, a maggior ragione se sulla gobba ci sono pure i palazzi romani della politica e l’ingombrante ospite che da 2000 anni perverte il genio della romanità desertificandone l’habitat, in condominio con i suoi fratellini maggiori e, più recentemente, minori. Ogni riferimento al vicario del Nazareno e alla sua baracca è puramente casuale… A Roma manca la romanità, e credo sia questo, appunto, il suo peggior problema, anzi IL problema.

Chi sarebbero gli esempi dei moderni cittadini romani (sempre che presso di loro sia rimasto ancora qualcosa di romano verace, tra immigrati meridionali, sardi, romagnoli, veneto-friulani ma soprattutto allogeni)? Totti? Papa Francesco? I romaneschi “vippe”, per di più sinistrorsi, con la loro insopportabile arroganza? O la classe politica contemporanea che schiaccia Roma sotto il suo peso elefantiaco? Altro che 5 Stelle, Roma ha bisogno di una vera rivoluzione, una rivoluzione che può venire solo dal sacro sodalizio di socialismo e nazionalismo con un solido retroterra di tradizionalismo romano, non certo cattolico ma gentile o quantomeno alla gentilità ispirato, in termini etici e culturali.

Va da sé che questa rivoluzione passi per il recupero della romanità o almeno dell’italianità della Capitale, liquidando una volta per tutte le nefaste influenze di San Pietro e di conseguenza quelle ebraiche e musulmane, che soprattutto oggi vanno a braccetto con i crociati di marzapane del Concilio Vaticano II. L’attuale concetto di democrazia non serve a nulla a Roma, anzi, non può che gettare benzina sul fuoco; non si tratta qui di recuperare il Fascismo, che diventerebbe inevitabilmente una pagliacciata, ma di mettere in atto quel salutare repulisti identitario di cui l’Urbe ha bisogno per bonificare la propria anima dalle pestilenziali ferite inferte dal soqquadro mondialista.

Finché non si prenderà atto del fatto che le cose possono cambiare solo con il coraggio dell’azione patriottica che passa per il sangue, il suolo e lo spirito, Roma (e l’Italia intera) rimarrà ostaggio del degrado, in tutte le sue forme, e il commissariamento, militarizzato, rappresenterà l’unica concreta soluzione che sarebbe da applicare immediatamente onde evitare che la “Città eterna” sprofondi completamente nell’infernale baratro dell’anarchia.

Ave Italia!

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Paolo Sizzi: a great Man.
These are the Men We seek to save our Race, our Europe.
LA ROMANITA! -  ORDER, TRADITION - Our coming IMPERIUM EUROPA!



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« Reply #34 on: May 16, 2017, 10:40:43 AM »

http://www.ereticamente.net/2017/05/cronaca-eretto-un-tempio-di-giove-a-roma.html


Eretto un Tempio di Giove a Roma


  Watch photos of restored Roman antiquity


While the Jews tear down our monuments, our Memory of the Blood, our glorious past -
like Confederacy Monuments in the Southern States, National Socialist edifices including tomb-stones in Germany, Fascist great monuments in Italy...
Dedicated archaeologists, work assiduously to restore our Memory of the Blood.




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« Reply #35 on: May 16, 2017, 10:49:21 AM »

http://www.ereticamente.net/2017/05/il-male-oscuro-si-vince-con-il-solare-ethos-identitario-e-tradizionalista.html



Il “male oscuro” si vince con il solare ethos identitario e tradizionalista


La depressione, che nel mondo occidentale miete sempre più vittime, si conferma come l’oscuro male del millennio, una malattia decisamente contemporanea frutto di una società altamente aggressiva, competitiva, materialista e senza scrupoli che taglia fuori e isola ampie fasce di popolazione, emarginate da un mondo che cambia impetuosamente e segue inesorabilmente il ruolino di marcia impostogli dall’agenda mondialista. Le menti più fragili naufragano in un mare di cupa disperazione anche se, più che debolezza, sovente si tratta di situazioni in cui non si riesce a vedere una via di uscita per colpa di una crisi che non è solo materiale ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo tutto, ma questo “tutto” è niente.

Il quadro è reso vieppiù desolante dalla mancanza quasi totale di quei valori su cui per secoli si è costruita una società sana, tradizionale, identitaria, oggi priva di maestri, esempi, punti di riferimento. Le persone sono sempre più sole e frammentate, lasciate ai margini da una temperie moderna che non guarda in faccia a nessuno (o quasi) e issa sugli scudi quei finti valori consumistici che animano l’opulenza e il “benessere” del mondo occidentale. Naturalmente le principali vittime di questa situazione sono gli strati sociali più deboli e disagiati, come ad esempio gli anziani, ma spesso ci finiscono di mezzo anche gli adolescenti, i giovani, gli imprenditori con l’acqua alla gola, professionisti che non riescono più a reggere i ritmi di un mercato del lavoro liberista e turbo-capitalista, e cinico.

Quando l’etica viene meno perdendo di vista valori sacri come la patria, la famiglia, il lavoro per vivere (e non la vita per lavorare), la coscienza etno-culturale e ambientale, la solidarietà comunitaria, la gente viene travolta dal treno dell’affarismo, che riduce la vita umana ad uno strumento per macinare quattrini e alimentare così l’orribile epa mondialista che fagocita senza pietà umani abbandonati a sé stessi e, dunque, facile preda della rapacità contemporanea.

Spero sia chiaro a tutti come i desolati scenari depressivi siano cagionati dalla spaventosa crisi etica e valoriale – tipica del mondo occidentale e dunque, purtroppo, anche europeo – che sputa sulla nazione e l’identità, dilania le famiglie, spedisce sul lastrico i lavoratori (ma anche, spesso, i più abbienti), distrugge la natura rendendo invivibile la vita delle persone, in particolar modo delle infernali metropoli, gigantesche tombe di acciaio, vetro e cemento con le loro sordide propaggini periferiche che diventano ghetti e cumuli di degrado senza fine. L’inquinamento avvelena e lentamente uccide da un punto di vista materiale, mentre la globalizzazione con i suoi esosi standard di successo e di benessere (concetto, si capisce, fittizio e fallace) inaridisce l’anima e ammazza la dignità dell’uomo, triturato dalla società capitalista e materialista.

La gente cerca nei paradisi artificiali, negli specchietti per le allodole e nelle vite dissolute il malato conforto ad una vita liquida e informe, credendo che le vie di fuga dalla contemporaneità barbarica basata sul culto del dio danaro siano rappresentate dai cattivi maestri e dalle loro poco raccomandabili soluzioni: denaro, successo, effimera gloria di cartapesta costruita nei laboratori tossici dell’americanizzazione portano allo sterminio morale (e non solo) degli Italiani e degli Europei, svuotati di tutto ciò che è vitale per essere farciti di cianfrusaglie che si spacciano per surrogato della felicità.

La depressione nasce dalla disperazione, dall’infelicità e dall’insoddisfazione, da quel pessimismo cosmico che trae linfa dall’incapacità di elaborare il passato per guardare avanti e costruirsi un futuro migliore di quanto vissuto precedentemente, il che si tramuta in una perdita di interesse per la vita, in cui non v’è più nulla per cui valga la pena vivere e lottare, e l’epilogo può trasformarsi in tragedia. Ma questo terribile quadro è destinato a rimanere immutato sino a che non si comprenderà che la depressione si vince recuperando il senso più vero e genuino della vita che riguarda l’amore patrio, il culto identitario, la famiglia, il comunitarismo, la coscienza del territorio e la salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.

L’alienazione e la spersonalizzazione dell’essere umano nascono dalla perdita totale del contatto con la dimensione più intima, e naturale, dell’uomo che passa per lo spirito di appartenenza, per l’amore del focolare domestico, per l’attaccamento alle proprie radici e dunque per il rispetto della natura, che ci garantisce un futuro sostenibile, sotto tutti i punti di vista, armonicamente inserito nel nostro habitat naturale, che è l’unica degna cornice che possa coronare la nostra realizzazione, soddisfazione e serenità.

Dopotutto, amici, di cosa abbiamo bisogno per essere felici, per stare bene e per sconfiggere quell’oscuro artiglio che tiene in pugno le vite di molte persone disorientate da un mondo tirannico e infame che avvelena e uccide la speranza degli individui, dei popoli? Di una casa, dell’amore di una compagna, o compagno, di vita, di una famiglia, di un lavoro che garantisca sussistenza, di un ambiente reso vivibile grazie al recupero di un codice etico e civico, e di immortali ideali che ci legano ai nostri avi e ci proiettano al contempo verso i posteri: il sangue, il suolo, lo spirito, il culto razionale delle nostre radici unito ad una spiritualità gentile che sgombri il campo dagli inganni monoteistici per gustare nuovamente i valori tradizionali plasmati dall’ethos indogermanico.

Non con i paradisi artificiali, non con l’effimero successo propinato dalla società dei consumi, non con le fallaci promesse dei falsi messia, non con vite bruciate dai bassi appetiti stimolati dalla demoniaca scatola “magica” chiamata televisione, non con le tossiche balle spacciate dai ciarlatani schiavi del sistema mondialista (che è la cagione principale dei nostri mali, spirituali e non) si vince il male oscuro della depressione, ma con la visione del mondo identitaria e tradizionalista che è agli antipodi del ciarpame suesposto, e questo perché identità e tradizione vengono nobilitate dalla propria adesione alla dimensione naturale dell’uomo, che riguarda la verità “assoluta” della Madre Terra, fecondata dalla solare filosofia di vita delle nostre comuni origini indoeuropee.

Ave Italia!

Paolo Sizzi




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« Reply #36 on: May 16, 2017, 10:53:46 AM »


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We must restore this kind of grandeur in our Europe! Or die trying!
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Norman Lowell
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« Reply #37 on: June 05, 2017, 10:21:29 PM »

http://www.ereticamente.net/2017/06/difendi-la-tua-terra-la-tua-gente-il-tuo-destino.html


 Difendi la tua terra, la tua gente, il tuo destino

 Paolo Sizzi


 Guerre, carestie e pestilenze, un tempo, in Europa, tenevano sotto controllo i picchi demografici della popolazione, portando ad inevitabili selezioni dei più forti con una pronta rinascita delle comunità colpite dagli antichi flagelli. Naturalmente, detto così, può suonare sin troppo duro e cinico (ed è sempre facile fare i “duri” dietro ad una tastiera, comodamente appollaiati su una confortevole poltrona, nel XXI secolo) e non è certo auspicabile che ritornino in auge mali arcaici ormai sconfitti, per quanto si sia ampiamente rammolliti dal troppo benessere, dai consumi, dai media, dai vizi e uno scossone, sotto certi aspetti, non potrebbe che fare bene.

Chiaramente non è necessario prefigurare scenari apocalittici (sebbene, più passano gli anni, più il rischio di un collasso non è poi così peregrino) per mettere in risalto la necessità di un cambio di registro da parte anche solo del territorio italiano. Se pensiamo all’inquinamento, alla cementificazione, al disboscamento e all’esproprio di campi e terreni per asfaltare e costruire orridi centri commerciali, all’impoverimento di flora e fauna a vantaggio dell’inurbamento che erode il tessuto delle campagne, all’insostenibile traffico su gomma (e non su rotaia o acqua), all’uso e abuso dei combustibili fossili, per non parlare della bomba demografica migratoria che si inserisce, sovente, in contesti in cui la densità demografica è già estrema (basti solo il caso della pianura padana) ci rendiamo conto di come il nostro Paese, in particolare nel settore centro-settentrionale, non goda certamente di una salute anche solo decente.

Va anche detto che non seguo i “decrescisti” su tutti i loro ragionamenti, perché costoro vorrebbero arrivare a rottamare la sovranità nazionale e i posti di lavoro in nome di un ambientalismo un po’ troppo pezzente che se ne infischia della ragion di stato ma che al contempo tace di fronte ai fenomeni migratori, alla società multirazziale e all’ampio degrado delle città principali le cui periferie diventano invivibili ghetti stracolmi di disagio, degrado e criminalità. Si prenda anche solo il caso delle zingaresche presenze sul nostro territorio, di soggetti cioè incompatibili col nostro tessuto e i nostri valori che per di più conducono uno stile di vita distruttivo anche nei riguardi dell’ambiente. Le cronache romane ci sbattono in faccia ogni giorno le loro malefatte e le situazioni limite che le degradate zone di Roma raggiungono anche per via dei poco ortodossi stili di vita delle genti nomadiche.

Ci sono zone in Italia che a prescindere dai fenomeni migratori sono già sovrappopolate per conto loro, come ad esempio nel famigerato caso padano e in quello campano; la sovrappopolazione rappresenta un problema anche in termini ambientali, se qualcuno non ci avesse mai pensato, perché comporta necessariamente cementificazione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali, industrializzazione ed inquinamento. E come detto, un tempo, ci pensavano le calamità naturali a regolare l’andamento demografico, cosa che oggi (e per fortuna!) non avviene più, perlomeno nell’Europa occidentale. Senza arrivare all’estremo di dover invocare estinti flagelli biblici, le soluzioni sono ben altre, anche se necessariamente devono passare dal sacrificio e da una radicale palingenesi di certi comportamenti, stili di vita e di politiche ambientali, energetiche, agricole, industriali.

Serve però anche un equilibrio laddove si tratti di argomenti cruciali come la sovranità nazionale, il lavoro, l’indipendenza dai forestieri; capite bene che se io rinunzio all’industria, al nucleare, alle trivellazioni per dipendere dai forestieri, per delocalizzare, e per lasciare che gli avventurieri di mezzo mondo vengano in casa mia ad impossessarsi dei marchi storici, sfruttando le leggine antinazionali dell’Unione Europea, mi tiro la zappa sui piedi e quel che guadagnerei in ambiente lo perderei in sovranità, qualità, e occupazione, con gravi danni arrecati alle famiglie che sono la cellula base della società, e all’economia del Paese.

Per questo dico che l’ecologismo deve andare di pari passo col rispetto del sangue, della patria, e della sovranità nazionale, monetaria ed economica, altrimenti tanto vale: a che pro migliorare la qualità della vita in senso ambientale se poi devo rimetterci in altri campi finendo al guinzaglio dello straniero? Oltretutto va da sé che dall’Italia dovrebbero essere cacciate le multinazionali straniere che, pur dando lavoro alle persone, appestano il territorio, lo spremono come un limone e spostano i guadagni dalle casse italiche alle proprie, alimentando l’infernale fornace del mondialismo. Si tratta chiaramente della turbo-capitalistica peste, la stessa che aizza fenomeni migratori di massa per liquidare i lavoratori indigeni schiavizzando quelli allogeni, che ha in non cale non solo l’ambiente ma pure le persone, le famiglie e la nazione infettata da tale virus, che ovviamente infetta anche la sovranità del Paese stesso.

Io penso che patriottismo, socialismo, economia, mondo del lavoro ed ambientalismo debbano tutti remare dalla stessa parte, per il vero benessere delle nostre comunità, cercando di trovare la quadra per salvare sia la natura (e quindi l’uomo) sia i naturali interessi economici di un Paese sovrano; l’Italia va agli Italiani non solo in accezione etno-culturale e demografica, ma anche in termini di lavoro, di economia, di benessere e di sviluppo, di qualità della vita, di sovranità e naturalmente di gestione del territorio e delle sue risorse naturali.

Del resto, l’etnonazionalismo di cui mi faccio umile portavoce promuove tutti questi basilari elementi, affinché non vi sia una sola voce fuori posto per la maggior gloria della patria e pel benessere della gente che la compone. Chi difende la propria nazione difende la sua gente, il suo territorio, ed avrà a cuore la qualità della vita, poiché la lotta al morbo mondialista passa proprio per la sinergia tra coscienza etnica, culturale ed ambientale. Non c’è sangue senza suolo, e non c’è suolo senza sangue, laddove per suolo si intenda l’ambiente antropizzato e trasformato così in patria grazie alla sapiente e razionale opera umana, rispettosa delle immortali leggi della natura.

Ave Italia!

 
Categorie: Etnonazionalismo

 
 Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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